Gli insegnanti e i pensionati in Molise

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di Rossano Turzo

La prima volta che andai in pensione, mi portarono a Riccione a fare le terme. Il pullman di Arcaro ci scaricò davanti a una casa che tenevano le porte che si aprivano e si chiudevano da sole.

“Kessa è la pensione” – ci disse l’autista – “Arrivederci”.
Io ero salito sul pullman che mi credevo che ci portavano all’ufficio postale. Invece mi ritrovai dentro a una camera con un bagno che tenevano persino il sapone incartato.
La seconda volta che andai in pensione, invece, fu veramente quella dell’Inps. Tra i contributi che mi aveva versato mio padre, come coltivatore diretto, e quelli che ricongiunsi dei cinquant’anni di Argentina, mi arrivò una pensione che ci appicciai la pippa.

Quando stai in pensione ti sembra che tutto va lentamente. Per esempio, tu pensi allo sviluppo del Molise? E ti sembra lento. Pensi ai lavori sul ponte di Pettoranello? E ti sembrano lenti. Ruzzone mi dice che queste cose sembrano lente pure a lui che non sta in pensione. È vero; però quando stai in pensione dai la colpa al fatto che stai in pensione e diventi moderato. Insomma, diventi saggio. Tieni l’equilibrio di quello che dice: “Ma chi m’ l’ fafà a me!”

La cosa che mi spaventava di più, prima di andare in pensione, era la panchina perché io sopra alle panchine non mi sono mai seduto comodo. O tengono il ferro troppo freddo. O tengono la spalliera troppo corta. O tengono la spalliera troppo lontana che per appoggiare la schiena ti devi tirare sopra che poi non toccano i piedi per terra. Insomma, tenevo paura di non trovare la panchina per la mia pensione. Invece, i colleghi me l’hanno fatta come regalo. Mi hanno preso le misure come a quando ti fanno un vestito e me l’hanno fatta talmente a regola d’arte che me la porto sempre appresso.

Per me la pensione non è stata un dramma perché io faccio il poeta. Quello che facevo prima faccio pure mo. Prima mi alzavo e mi mettevo a scrivere le poesie. Mo faccio la stessa cosa. Solo che prima campavo con la pensione di mia moglie e mo tengo pure la mia.

Mia padre, invece, soffrì assai quando se ne andò in pensione. Perché lui era un insegnante. Mi diceva sempre: “Viat’ a te che fai il poeta. Dentro alla professione mia, invece, non ci sta più la poesia”.
E mentre diceva così, si accorgeva che aveva fatto una rima e si sentiva poeta pure lui.
Sì, perché la poesia che lui ha avuto in tanti anni di insegnamento io me la posso sognare. Lui entrava dentro alle anime dei guagliuni che per un poeta è difficile assai.

L’insegnante, quando va in pensione, si sente un po’ giù perché sa che perde quell’aria fresca della gioventù, che magari puoi tenere pure una moglie con la faccia da melanzana guasta, o il marito inzallanuto come a una verdura spigata, ma quando stai dentro all’aula poi te ne dimentichi.

Secondo me questa è la ragione che mio padre e mia madre non hanno divorziato. Ché lui la sopportava, tanto poi teneva i guagliuni. E quando entrava in aula era come all’oasi per un beduino, era come la fine della serata per un piede dentro a una scarpa nuova, era come a un cavuto di sicurezza per una serpa secutata.

Insomma, voi che andate in pensione vi perdete quest’aria fresca ma ci guadagnate il tempo che ultimamente vi è mancato. Da una parte ci perdete e da una parte ci guadagnate. Da una parte vi dispiace e da una parte vi fa piacere. La vita è così.

Pure io, quando ritorno a casa dalla cantina, trovo il pranzo pronto e mi fa piacere. Ma poi trovo pure mia moglie che deve mangiare con me. E non vi dico che aria fresca si respira.

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