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Gianni D’Uva ritorna in politica e si racconta tra passato, presente e futuro/ Intervista al candidato sindaco

Chi è Gianni D’Uva, e perché dopo un’assenza di dodici anni ha deciso di tornare in politica, candidandosi alla carica di sindaco? Lo abbiamo chiesto direttamente a lui. L’ingegnere isernino, sposato con due figli e dirigente della società Molise Dati, ci ha parlato non solo di politica, ma anche della sua vita privata e lavorativa. Dalle sue parole è emerso un ‘volto’ di D’Uva poco conosciuto ai più che parte dalla sua infanzia, passa per la tragica scomparsa del padre Giustino e arriva fino al 2000, anno della sua uscita dalla scena politica.

Ingegnere come è nata la sua passione per la politica?

“Ho respirato ‘l’aria’ della politica fin da bambino. Quella che per intenderci ruotava, negli anni ‘60 intorno al circolo politico de ‘Il 2000’. Si trattava di un circolo che faceva riferimento alla corrente dorotea della Dc e che faceva capo all’Onorevole Giacomo Sedati. Un grande ruolo naturalmente nell’avvicinarmi alla politica lo hanno avuto mio padre Giustino e i miei zii, Nino, Pino e Don Dario Moauro che mi sono stati sempre vicino. A 14 anni sono diventato rappresentante di classe al Ginnasio e, poi, via via d’assembela, d’istituto, fino a diventare rappresentante del distretto scolastico di Isernia”. Parallelamente mi sono iscritto alla Dc. Ero nel gruppo Doroteo guidato da Flaminio Piccoli che frequentava spesso il circolo ‘Il 2000’di Isernia. A 16 anni divenni il segretario regionale della Dc per poi entrare a far parte del Consiglio nazionale. Nel frattempo, finii gli studi superiori a Isernia e mi trasferii a Napoli per frequentare l’università, fino a quando non si verificò la disgrazia del 1984 con la scomparsa di mio padre Giustino”.

Che cosa accadde nella sua vita?

“Fu un momento terribile. Non riuscivo più a reagire. Mio padre, come tutti gli uomini più importanti della mia famiglia, è scomparso giovanissimo. Aveva 60 anni ed era stato un padre non solo per me ma per tutta la comunità di Isernia. Per me e per gli isernini era un faro. La dimostrazione di tutto ciò fu il funerale. Gli furono tributati gli onori che sono riservati solo a un Capo di Stato. Le esequie, infatti, si svolsero in maniera solenne e, quando il feretro uscì dal palazzo della Provincia, uno stormo di aerei militari sorvolò la città di Isernia per dargli l’ultimo addio. Io, da quel momento, entrai in una sorta di blackout. Solo grazie a mia moglie, con cui allora eravamo fidanzati, e agli amici del Ginnasio riuscii dopo qualche anno a riprendere gli studi nella facoltà di ingegneria di Napoli e a concluderli”.

Finita l’università quale fu il suo primo lavoro?

“Aprimmo un negozio di abbigliamento. E, avendo un lavoro, decisi di sposarmi. Nel frattempo mi furono prospettate due importanti occasioni di lavoro: la prima mi fu data da Enrico Santoro che, nonostante era stato un avversario politico di mio padre, mi diede un grande mano. Mi disse, infatti, che c’era l’opportunità di entrare a far parte di una grande società di ingegneria. La seconda, invece, mi fu offerta dall’università di Napoli. Infatti, quando ero all’università di Napoli il professore di ingegneria delle pavimentazioni stradali ci propose la soluzione di un problema che si era verificato sul circuito di Formula 1 di Spa. In occasione del primo utilizzo dell’asfalto drenante, la pista, al termine del Gran Premio, era andata completamente distrutta. Il professore ci chiese di risolvere questo problema affinché ciò non accadesse più. Mi presentai da lui dopo qualche giorno con la soluzione del problema e, così, terminati gli studi questa grande società europea che produceva pavimentazioni speciali mi chiese di lavorare per loro. Io, però, rifiutai. Volevo stare vicino alla mia famiglia e alla mia amata Isernia e, così, accettai di lavorare per la società di ingegneria”.

Anche perché forse già aveva programmato il suo debutto nella politica regionale?

“Sì, anche per questo motivo. Qualche anno dopo e, precisamente, nel1989 micandidai al congresso provinciale della Dc che avrebbe dovuto designare i candidati alle successive elezioni regionali del 1990. Erano una sorta di ‘Primarie’ dove riuscii ad ottenere la candidatura. Alle elezioni del 1990, con il vecchio sistema delle due preferenze, ottenni 6508 voti. Appena tre in meno rispetto a un altro consigliere regionale che ne ottenne 6511. Non entrai in Consiglio regionale e feci ricorso perché ritenevo che il conteggio fosse stato fatto non correttamente. Nel 1992 venne, purtroppo a mancare un consigliere regionale, e io subentrai al suo posto. Così ritirai il ricorso”.

Come fu il suo debutto in consiglio regionale?

“Quando entrai in Consiglio regionale il clima era tesissimo. Era appena iniziata Tangentopoli e ogni tanto mancava qualcuno in Consiglio regionale.La Dcera oramai in fase di disfacimento. Fu, così che, dopo qualche anno, nel 1995 decisi di aderire ad Alleanza Nazionale, un partito che era appena nato e nel quale erano passati molti esponenti dell’ala destrorsa della Dc. Alle elezioni del 1995 fui rieletto in Consiglio regionale con 2500 preferenze. Tuttavia, la mia esperienza in Aenne durò poco più di un anno. Nel1996, acausa di alcuni contrasti con i dirigente del partito, decisi di lasciare il partito di Gianfranco Fini. A quel punto mi chiamò Flaminio Piccoli che stava fondandola Nuova Dc. Mi disse se volevo aderire e io accettati. Divenni il vicesegretario nazionale del partito, mentre il professor Carlo Taormina fu nominato segretario nazionale”.

Siamo nel 1997 e inizia l’era dei cosiddetti ‘ribaltoni’ in Regione.  Il vicepresidente della Giunta regionale Michele Iorio diviene governatore. Entra nell’esecutivo nel ’97. Nel ’98 Iorio però viene sfiduciato e si iscrive a Forza Italia. D’Uva ripassa con Veneziale, fino al 2000. Perché decise in quell’anno di abbandonare la politica?

“Sembrava che le cose andavano bene a tutti. Che i problemi non c’erano. Non mi credevano quando dicevo che le cose non stavano così e che bisognava, invece, preoccuparsi per quello che stava accadendo a livello, economico, sociale e ambientale. Mi sentivo non più indispensabile e così lascia stare”.

Perché ha deciso di ritornare in campo in occasione delle Comunali di Isernia?

“Perché tutte le problematiche e le previsioni fatte da me dodici anni fa si sono drammaticamente avverate. La disoccupazione è aumentata insieme al disagio sociale, le macchine di lusso sono sparite da Isernia. Le opere pubbliche sono ferme da un decennio. Le uniche cose fatte sono state la Variante di Venafro e l’Isernia-Castel di Sangro. Opere entrambe fatte progettare e finanziare da mio padre Giustino. I lavori per la Variante di Venafro, inoltre, furono sbloccati proprio da me quando ero assessore regionale nel 2000. Ora la gente è matura per capire cosa sta accadendo e per provare a cambiare le cose. Vede, ad esempio, per quanto riguarda il problema del disagio giovanile io una ricetta ce l’ho ed è semplicissima: devono essere coinvolti dagli adulti in tutte le attività. E non a caso i protagonisti della mia campagna elettorale saranno proprio loro”.

Non teme il confronto con suo padre? 

“Non mi sono mai sentito in competizione con lui. Forse solo io, meglio di chiunque altro so che cosa mio padre voleva per Isernia. La sera tardi, quando finiva, i suoi impegni istituzionali mi parlava per ore dei suoi progetti per questa regione e per questa città. Lui ricordava sempre che nella vita niente si conquista in via definitiva e che tutto può essere perso ”.  

 Intervista a cura di Mario Greco

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