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Compiti a casa per il Molise

di Lucio Di Gaetano *

 

Lucio Di Gaetano

Qualche settimana fa, nei giorni successivi alla riunione dell’Eurogruppo che sembrava aver segnato una vittoria definitiva della diplomazia di Mario Monti, mi ero misurato nella facile previsione che quel passaggio – come il successivo annuncio dei contenuti della cosiddetta “spending review” – avrebbe avuto l’effetto di una bolla di sapone e che presto i mercati sarebbero tornati a far sentire la loro sulle reali condizioni del nostro Paese.

In  questi giorni, ne abbiamo avuto notizia, come abbiamo appreso di un nuovo “downgrade” del nostro Paese da parte di Moody’s: il brutto giudizio ha riguardato anche la nostra Regione, dando la stura a una serie infinita di improbabili polemiche sulle cause e sulle responsabilità di questa situazione.

Ma, esattamente e una volta per tutte, cosa sta succedendo? Quali sono le reali ragioni di questo infinito sisma monetario che, partito da New York, arriva a togliere il sonno al piccolo Molise?

Cominciamo dall’inizio: nel biennio 2007-2008 una serie di crisi bancarie di dimensioni sino ad allora inimmaginabili ha travolto gli Stati Uniti, determinando la necessità che il Governo intervenisse con un piano faraonico (il famoso TARP) nel capitale di alcuni tra i principali istituti d’oltroceano.

La crisi, come era naturale, non si è fermata ai confini nazionali e ha coinvolto le istituzioni anglosassoni ed europee più esposte sui mercati finanziari americani; in quella prima fase le banche italiane – il cui modello di business è storicamente meno legato ai corsi azionari e molto più orientato al credito all’economia reale –  sembravano addirittura un bastione di difesa in grado di tenere il Paese fuori dalle turbolenze.

Cosa è andato storto?

È facile da spiegare: per quanto poco impegnate sui mercati finanziari, anche le banche italiane sfruttavano in buona parte le risorse del mercato interbancario (vale a dire il credito delle altre banche); la crisi che ha coinvolto le principali realtà europee ha ingenerato una generale carenza di liquidità, la quale, a sua volta, ha arrestato la più che ventennale crescita delle erogazioni da parte anche dei nostri Istituti.

Ma fin qui ancora potevamo stare in piedi.

Si è aggiunto poi un ulteriore fattore di debolezza non comune ad altri Paesi: in Italia lo Stato non solo non ha avuto – in ragione dell’enorme debito – la forza di sostenere le banche ma, anzi, ha esso stesso contribuito a indebolirle con il proprio peso; venuto meno il danaro facile dai mercati internazionali, il Tesoro, imperituramente affamato di risorse per finanziare la macchina pubblica, ha cominciato a rastrellare il credito nazionale, facendo concorrenza impropria ai debitori privati (imprese e famiglie), lasciati a bocca asciutta.

Il risultato di tutto questo?

A metà 2012 ci ritroviamo con le imprese a secco e le banche italiane piene di titoli dello Stato Italiano, il cui valore – inversamente proporzionale al famigerato “spread” – continua a calare, affossando le quotazioni di mercato delle stesse banche. L’incremento dello spread, inoltre, aggrava addizionalmente la situazione debitoria, costringendo il Paese a finanziarsi a tassi sempre più alti e alimentando i dubbi – espressi dai ripetuti downgrading – sulla capacità di rimborso del debito, in un circolo vizioso del quale non si vede la fine.

Ma torniamo ora alla nostra piccola e amata Regione Molise.

Se condividete il rapido e, spero, chiaro ragionamento, vi sarà immediatamente evidente che le cause del downgrading della Regione sono di carattere sistemico e poco hanno a che fare con le responsabilità dei singoli attori politici che guidano e hanno guidato il Molise in questi anni. Ciò anche alla luce del fatto che la Regione è prenditrice netta di risorse dal Governo centrale e, pertanto, non può avere un rating più alto del Paese dal quale dipende.

Tanto premesso, questo certamente non significa che la politica regionale non possa far qualcosa per migliorare la situazione: al contrario deve – con espressione molto di moda di questi tempi – fare i compiti a casa.

Cosa vuol dire? Innanzitutto tagliare spietatamente la spesa corrente al fine di meglio finanziare quella in conto capitale;  in secondo luogo, orientare la spesa in conto capitale al finanziamento di serie iniziative di attrazione degli investimenti nazionali ed esteri; in ultimo, valorizzare il territorio attraverso nuove infrastrutture che lo rendano raggiungibile e attrattivo per turismo e industria.

Il giorno, speriamo vicino, della risoluzione dei problemi del sistema porterà un clima più sereno anche da noi: per intanto sarebbe bene superare le divisioni e impegnarsi a lavorare. 

 

* Componente Cda
Zuccherificio

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