Lucio Di Gaetano

di Lucio Di Gaetano*

Secondo dati diffusi recentemente dalla Camera di Commercio di Milano, dalla fine del 2008 a oggi il prezzo medio delle materie prime alimentari è cresciuto di circa il 40%, conseguendo nel corso del difficilissimo 2011 un ulteriore incremento del 7,3%.

I fondamentali alla base di questa evoluzione sono due:

  1. Molte più bocche da sfamare: in barba ai tanti predicatori “no-global”  e grazie alla liberalizzazione del commercio internazionale, nel corso dell’ultimo decennio a Europei e Americani si sono aggiunti circa 200 milioni di nuovi ricchi “made in Asia”; questo “mega-trend” si aggiunge a quello ben più antico dell’incremento della popolazione su scala globale, anch’esso fattore di pressione sulla domanda;
  2. Molta meno terra da coltivare: il nuovo secolo ci ha anche regalato le energie rinnovabili che, come noto, sottraggono suolo all’agricoltura e prodotti alimentari alla commercializzazione per favorire la produzione di energia da biomasse.

Sembrerebbero gran brutte notizie e in parte lo sono, poiché contribuiscono ai fenomeni inflattivi che stiamo sopportando in Italia nonostante la situazione generale di crisi economica.

Ma come sempre c’è il rovescio della medaglia.

L’andamento dei prezzi spinge verso l’alto anche i fatturati delle aziende agroalimentari e il PIL dei Paesi “agricolturalmente forti”, crea lavoro e genera, per la prima volta dalla Rivoluzione Industriale, un parziale ritorno dell’economia al settore c.d. “primario”.

Un’occasione unica per il Molise che si distingue nel panorama nazionale per il rilevante peso specifico dell’agroalimentare sul “Sistema-Regione”. Basta infatti dare uno sguardo ai numeri per accorgersene subito: il PIL molisano è pari a circa 5,1 miliardi di Euro, dei quali 1,3 miliardi ascrivibili al bilancio dell’Ente Regione. Ne rimangono 3,8 e di questi circa 200 milioni arrivano dall’agricoltura: così calcolato, il peso dell’agroalimentare sul PIL regionale cuba il 5%, contro un misero 1,85% nazionale. Quasi il triplo!

E’ dunque di tutta evidenza che un settore così importante per l’economia locale non può perdere il treno dei prezzi e, anzi, deve cogliere un’occasione che rischia di essere irripetibile. Gli strumenti ci sono ma vanno chiariti gli obbiettivi strategici.

Innanzitutto l’obbiettivo dimensionale. Le nostre aziende sono troppo piccole per competere adeguatamente con i concorrenti nazionali e sopportano costi enormi di logistica e intermediazione.

Sembrerà incredibile, ma circa il 30% dei costi (diretti e indiretti) dei produttori è oggi costituito dal trasporto di forniture e di prodotto, mentre il 40% del prezzo al bancone è assorbito da grossisti “non agricoltori”, che si interpongono tra il venditore al dettaglio (che prende un altro 40%) e il coltivatore (cui rimane uno striminzito 20%).

In secondo luogo il problema finanziario: pur in presenza di prezzi in continua crescita, i nostri contadini soffrono la stretta creditizia come nessun altro attore del mercato. 

Come se ne esce? Mi permetto di suggerire tre interventi il cui costo sarebbe minimo:

  1. Creazione di un’unica filiera dell’agroalimentare, che consenta ai singoli produttori di consorziarsi e negoziare al meglio le condizioni nei confronti dei fornitori conseguendo notevoli economie di scala;
  2. Creazione di un’unica  piattaforma commerciale regionale, che faciliti, da un lato, lo sbocco diretto sulla grande distribuzione (specie quella locale) e, dall’altro, il rilancio dell’immagine del Molise come produttore di alta qualità;
  3. Creazione di un meccanismo consortile di agevolazione del credito che, conla Regionea far da stanza di compensazione, agevoli la mutua dazione di garanzie tra agricoltori e faciliti la relazione con il sistema creditizio.

Sarebbe bello chela Regione ci provasse: anche in tempi di spending review, a pensarci bene, la politica può far molto per l’economia del nostro territorio.

 *Componente Cda Zuccherificio – Ittierre