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Idee a costo zero per il Molise

Lucio Di Gaetano
Lucio Di Gaetano

di Lucio Di Gaetano

Abbiamo spesso sentito dire che, a causa della crisi, la Regione è priva di danari. Abbiamo anche spesso sentito dire che è questa scarsezza di risorse a non consentire la risoluzione dei problemi fondamentali della nostra economia.

E’ davvero così?

Davvero l’unico modo per riavviare il motore della Regione è inondarlo con la benzina della spesa pubblica?

Semplicemente, no.

La nostra economia ha bisogno di altro e del resto l’esperienza del post-terremoto e della sanità regionale dimostrano ampiamente che l’abbondanza di fondi non è la soluzione del problema.

Quello che occorre può riassumersi in una sola parola: “riorganizzazione”.

La nostra economia ha bisogno di riorganizzarsi basandosi su alcuni principi di fondamentali: cooperazione, ambientalismo, socialità.

Convinto di quello che dico, non voglio limitarmi agli slogan e proverò in questo e nei prossimi articoli a illustrare alcune iniziative che potrebbero rivoltare la nostra economia come un calzino, senza un Euro di aggravio a carico del bilancio regionale e migliorando la qualità della nostra vita.

5 idee a costo zero per la Regione, tante quanti sono i settori più importanti della nostra economia,  vale a dire:

1)      Settore edile;

2)      Settore turistico;

3)      Settore agroalimentare;

4)      Settore sanitario;

5)      Settore finanziario;

Cominciamo dal primo.

Il Governo Monti ci ha regalato – pressato dall’emergenza finanziaria e dai diktat comunitari – una tassa, l’IMU, che, in una con la crisi del credito, ha inferto il colpo di grazia definitivo al comparto immobiliare e delle costruzioni.

Come al solito il fenomeno non è locale, ma localmente assume i tratti del disastro con una filiera completamente al palo e in perenne attesa che le banche riprendano le erogazioni e la Pubblica Amministrazione ricominci a dare commesse: inutile dire che sia la prima sia la seconda via d’uscita sono meno probabili di una vincita al Superenalotto.

Come se ne esce? Un fattore di sblocco decisivo può essere il ricorso a un serio e articolato piano di riqualificazione rurale ispirato ai valori che citavo prima e finalizzato alla ristrutturazione dei tanti immobili a uso agricolo abbandonati nelle nostre campagne.

Forse non tutti sanno che l’Unione Europea mette a disposizione cospicui fondi per la riconversione a scopi ricettivo-sociali degli immobili agricoli, consentendo il finanziamento quasi integrale dei lavori di ristrutturazione e ampliamento; qualora poi gli interventi siano coordinati con adeguati sistemi per l’autoconsumo di energia pulita, si può far buon uso anche degli incentivi di settore ancora previsti dalla legge.

La Regione dovrebbe favorire la costituzione di cooperative di lavoratori – magari attingendo alle migliaia di operai edili a spasso – che rilevino gli immobili rurali e li ristrutturino per poi venderli o gestirli in proprio come strutture ricettive; così come potrebbe favorire i medesimi interventi coinvolgendo con strumenti associativi o consortili le poche imprese del settore ancora attive.

Ma che vuol dire “impiego a scopo ricettivo”? Certo non il solito albergo a 3 stelle condannato a rimanere vuoto! Pensate invece a strutture destinate al cosiddetto “social housing”. Pensate ai tanti anziani – specie quelli provenienti dalle più ricche regioni del centro-nord – che oggi si arrabattano sopravvivendo con la pensione nelle grandi città e che domani potrebbero venire a vivere molto meglio in Molise, magari tornando in quella terra dalla quale sono andati via anni addietro per cercare fortuna.

Quel poco di finanza necessaria e non coperta dai fondi comunitari potrebbe essere procurata attraverso l’inclusione nella cooperativa – o nell’associazione – dei proprietari degli immobili e, soprattutto, con il ricorso al sistema bancario. Quest’ultima affermazione non sembri contraddittoria con quanto scrivevo qualche riga addietro: se infatti ci si limita ad andare in banca con la solita vecchia e ammuffita operazione di trading immobiliare si fa un buco nell’acqua; se invece ci si accompagna con un serio business plan che dimostri i ricavi possibili grazie alle attività ricettivo-sociali, credetemi, i soldi vengono fuori!

E anche qui la Regione può avere un ruolo fondamentale: in fondo chi meglio del personale degli uffici regionali conosce le normative comunitarie? Chi  meglio di loro è in grado di  redigere un piano convincente e articolato? Chi può rassicurare la banca sull’erogabilità dei fondi pubblici disponibili?

Pensateci: in un colpo solo si restituirebbe fiato al comparto edile, si recupererebbero immobili fatiscenti, si restituirebbe valore alle proprietà e si alimenterebbe il turismo.

Non male vero?

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