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L’editoriale/Crisi di liquidità, imprese al buio

Lucio Di Gaetano
Lucio Di Gaetano

di Lucio Di Gaetano

Il biennio 2012-2013 passerà a futura memoria come un periodo di profonda e apparentemente irreversibile crisi di liquidità. Il problema con il quale si scontrano tutte le aziende, sane o in perdita, è costituito infatti dalla cronica difficoltà a ottenere il pagamento dei propri crediti e, a causa di un implacabile effetto domino, dalla conseguente successiva incapacità di far fronte alle proprie obbligazioni. La situazione è poi aggravata dai lunghissimi tempi di adempimento della Pubblica Amministrazione. Il miope dibattito pubblico pre-elettorale attribuisce la responsabilità di questa situazione alla Banca Centrale Europea – governata dagli gnomi tedeschi paranoicamente attenti a non stampare moneta – e alle banche commerciali, la cui fama non è mai scesa in basso come in questi anni. A queste fanfaluche si aggiunge poi una irragionevole nostalgia della lira e dei bei tempi craxiano-andreottiani, durante i quali i problemi del bilancio pubblico si risolvevano a botte di svalutazioni e inflazione. Ma come stanno veramente le cose?

Innanzitutto è opportuno smentire la prima delle due opinioni che citavo sopra: l’indicatore più preciso per misurare la massa monetaria in circolazione (il cosiddetto “M3”) dal 2008 a oggi è infatti cresciuto di più del 10%; ora, se consideriamo che la “regola d’oro” delle banche centrali lega la quantità di moneta alla crescita economica e che il trend del Pil nell’area Euro, nello stesso periodo, è sostanzialmente statico, possiamo tranquillamente affermare che la malfamata BCE di danaro ne ha stampato eccome. Quanto alle banche commerciali, l’argomento più comune in questi ultimi anni è che abbiano utilizzato la liquidità aggiuntiva conferita dalla BCE (quel 10% in più) non per finanziare l’economia reale, ma per fare altro. Questa affermazione, al contrario della precedente, è vera. Ma a cosa è dovuto questo comportamento? I banchieri sono sadici affamatori del popolo?

Sicuramente la categoria negli ultimi tempi non si sta distinguendo per lo stile cristallino e, tuttavia, almeno in questo caso va assolta. Quei danari, infatti, sono finiti per la gran parte sul mercato dei titoli del debito pubblico, attratti da rendimenti decisamente interessanti: i banchieri, insomma, nell’ultimo anno hanno preferito utilizzare la liquidità della BCE (ottenuta al vantaggioso tasso dell’1%) per comprare titoli di stato (specie italiani, con cedole al 4%-5%) e così lucrare a beneficio della banca il relativo differenziale. Si può davvero fare una colpa alle banche di aver finanziato – guadagnandoci per carità – un Governo che altrimenti non avrebbe potuto fare altro che intervenire ancor più duramente sulla leva fiscale? O la colpa è di quel Governo, perennemente incapace di tagliare la spesa?

Si consideri inoltre che le regole di vigilanza comuni in tutta l’Area Euro incentivano l’acquisto di titoli del debito pubblico rispetto ai fidi a imprese e famiglie: per poter prestare 100 euro a un’impresa, la banca deve infatti dotarsi di 8 euro di patrimonio; per poterne prestare altrettanti allo Stato, il quantitativo di patrimonio aggiuntivo è quasi zero!

Ecco perché Monti balbetta quando gli si chiede conto dei 3,9 miliardi dell’IMU concessi al Monte dei Paschi: quei soldi servono a ripianare le perdite che MPS ha subito acquistando circa 30 miliardi di euro di titoli dello Stato italiano, vale a dire quelle perdite subite per finanziare lo stesso Governo che ora gli lancia il salvagente!

Tornando a noi possiamo finalmente rispondere alla domanda dalla quale siamo partiti: qual è la causa fondamentale della crisi di liquidità?

Una sola: lo Stato è un debitore nettamente migliore dell’impresa o della famiglia quanto a solvibilità e, da due anni a questa parte, garantisce tassi d’interesse decisamente competitivi.

Il debito pubblico, insomma, “spiazza” quello privato. In Molise lo stesso fenomeno è accentuato dalla debolezza strutturale dell’impresa locale e dall’assenza di banche locali di dimensioni adeguate. Cosa può fare il prossimo Governo regionale?

Dell’idea di creare una “banca regionale” degna di questo nome ho già parlato in un altro recente articolo, per cui evito di ripetermi; un’altra ottima idea può essere quella di costituire una “stanza di compensazione regionale”. La Regione dovrebbe promuovere un organismo al quale possano aderire tutte le aziende e gli enti locali molisani, all’interno del quale si possano “compensare” le partite reciproche di debito-credito tra privati e tra privati e settore pubblico. Provo a fare un esempio per spiegare meglio come potrebbe funzionare il meccanismo: l’impresa A ha un debito tributario con il Comune X per servizi di nettezza urbana; la stessa impresa ha anche un credito nei confronti dell’impresa B, sua cliente; quest’ultima ha un credito nei confronti del Comune X per opere effettuate e non ancora pagate. Con un semplice tratto di penna ad opera della stanza di compensazione si chiuderebbero almeno parzialmente tutte le partite credito-debito, senza che nessuno sborsi una lira.

Un meccanismo del genere consentirebbe inoltre il pieno rispetto del “patto di stabilità interno”, giacché non comporterebbe alcuna uscita di cassa reale né sovra-indebitamento. Chi dovrebbe gestire l’organizzazione? Ferma restando la necessità di una regia a livello regionale, la gestione andrebbe secondo me affidata al sistema camerale, il quale avrebbe gioco facile a convogliarvi tutti i propri iscritti garantendo il massimo successo all’iniziativa. Sono tempi difficili e il danaro circola poco, è vero. Ma dove sta scritto che i debiti si pagano solo con il contante?

 

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