HomeNotizieCRONACADroga, 63 anni agli 'imperatori' dello spaccio

Droga, 63 anni agli ‘imperatori’ dello spaccio

Il tribunale di Isernia
Il tribunale di Isernia

ISERNIA. Quindici condanne per 63 anni di carcere. Mano pesante, quella dei giudici del tribunale di Isernia, nei confronti degli imputati per spaccio di stupefacenti dell’Operazione Impero, nei confronti dei quali è stata riconosciuta anche l’associazione a delinquere. Sette anni ai capi, cinque agli intermediari, tre e mezzo alle donne. Il collegio presieduto da Francesco Ferdinandi, con Roberta D’Onofrio e Francesco Iamartino a latere, ha sposato in pieno la tesi accusatoria del pubblico ministero della Direzione distrettuale antimafia di Campobasso, Fabio Papa, che aveva chiesto condanne da 8 anni a un anno. Quarantacinque, invece, le assoluzioni, la maggior parte delle quali invocate dalla pubblica accusa stessa e riguardanti per lo più gli assuntori. La sentenza è stata pronunciata ieri sera intorno alle 23.30, dopo una lunghissima camera di consiglio. Per molti dei condannati, quasi tutti di etnia rom, si profila il ricorso in appello. Per quattro di essi, inoltre, è stata disposta l’immediata scarcerazione. Le indagini, partite nel 2009 ad opera dell’ex dirigente della Mobile di Isernia Antonio Miele, prematuramente scomparso, e dell’ex questore Biagio Ciaramella, sfociarono in 15 arresti nel gennaio 2011. A dare il via all’operazione, una denuncia da parte di un buttafuori napoletano presso la questura di Isernia. Il campano, all’epoca in servizio presso la discoteca campobassana “Impero”, oggi chiusa, era stato avvicinato da uno dei rom finiti in carcere. Quest’ultimo, dopo essere entrato in confidenza con il buttafuori, gli aveva chiesto aiuto in facili guadagni legati al commercio di stupefacenti. E, tra l’altro, era riuscito a vendergli un’automobile, senza tuttavia mai consegnarla. Di qui la denuncia, a seguito della quale scattarono intercettazioni ambientali e telefoniche, pedinamenti, perquisizioni, sequestri, escussioni di testimoni. Il quadro emerso risultò a dir poco inquietante. L’organizzazione dedita al traffico di droga era ramificata in maniera capillare sul territorio, con un elevatissimo numero di contatti, anche sessantacinque al giorno. Tre famiglie, tre associazioni, tre rami di una stessa pianta, strettamente interconnessi. In prima linea i Di Silvio, sette persone attive tra Isernia e Avezzano. Interessi da capogiro, con richieste che aumentavano a dismisura, tali da richiedere il coinvolgimento di altre due famiglie. I Morello (tre persone) e i Sarachella (due) operavano soltanto su Isernia in stretta dipendenza con i Di Silvio. Questi ultimi e i Sarachella, infine, si avvalevano anche di altri due collaboratori.  Ampia la disponibilità di mezzi da parte dei criminali: appartamenti e denaro non mancavano di certo, frutto anche di una sorta di patto di non belligeranza fra le tre famiglie, che si suddividevano equamente il mercato dello spaccio e gli introiti, senza pestarsi i piedi reciprocamente. Esempio lampante, una vecchia autorimessa al centro della città, riadattata come deposito di droga dal quale rifornirsi a turno, tutti. Le azioni venivano concordate all’interno del proprio nucleo familiare, per essere in seguito sottoposte all’approvazione degli altri capifamiglia. Tutto era studiato alla perfezione, con una precisa distribuzione di ruoli e compiti. C’erano i corrieri, che servivano gli organizzatori procurando la droga, proveniente soprattutto dal Napoletano. Poi le donne, niente affatto relegate ai margini, che a volte sostituivano gli uomini nel prendere contatti con i tossicodipendenti. E, altre volte, si occupavano proprio della vendita delle sostanze, soprattutto crack e kobret, vendute a domicilio nel quartiere San Lazzaro a Isernia e in Abruzzo. I consociati apparivano legati da forti vincoli, destinati a durare nel tempo anche dopo i reati. Legami che permettevano di affermare come, per la prima volta in provincia d’Isernia, emergesse la figura dell’associazione finalizzata a commettere reati in materia di stupefacenti. Impressionante il volume d’affari. Secondo gli inquirenti, almeno un milione d’euro l’anno per tutte e tre le famiglie.

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