Il leader di Costruire Democrazia: “In cinque mesi si è parlato solo di poltrone, di tavoli, di quinto assessore, di deleghe, di rimpasti, di segreterie particolari, di autisti (tele)comandati e di vacche”. Sulle quote rosa e l’assenza di donne nella Giunta regionale: “Adesso gli pseudointellettuali di sinistra tacciono, ma guai se l’avessero fatto a destra”

CAMPOBASSO. Massimo Romano a 360 gradi, a tutto tondo. Il giovane leader di Costruire Democrazia fa sentire la propria voce e finalmente – attraverso una lunga nota – cerca di alzare l’asticella della discussione politica a un grado superiore. Finalmente, già. Perché nel Molise governato da Paolo Frattura, oggettivamente, non c’è traccia di opposizione se non qualche rara eccezione. Le minoranze in Consiglio regionale, siano esse grilline o di centrodestra, sono come le temperature di Bolzano: non pervenute. E il dibattito politico, in assenza di contraddittorio e stimoli edificanti, rischia paurosamente di scadere nell’autoreferenzialità, degenera, collassa. Massimo Romano rileva che “la mancanza di una opposizione minimamente credibile e operativa” possa stimolare il Palazzo a fare meglio. Ed è proprio contro il Palazzo che punta il dito, laddove la politica, attraverso “frasi coniugate al futuro (faremo e diremo) e gli immancabili avverbi (puntualmente, fortemente, certamente)” tenta “di nascondere ai cittadini l’evidenza delle cose”. Il riferimento al governo regionale di Paolo Frattura è chiaro e qui l’analisi si fa più dura: evidenza delle cose nascoste ai cittadini, dunque. “È accaduto nella disputa per il quinto assessore: dopo giorni e giorni di tavoli, riunioni, dichiarazioni, messaggi in codice e di guerra, a che serve presentarsi davanti alle telecamere e glissare seraficamente con una frase tipo “il quinto assessore non ci appassiona” (sapesse agli elettori…)? È accaduto di nuovo sulle deleghe ai consiglieri: dopo giorni di noiosi rinvii, a che serve convocare una conferenza stampa d’urgenza, di sera e oltre l’orario di messa in onda dei tg, per annunciare il conferimento dell’agognata delega ad un consigliere (manco si trattasse di una decisione rivoluzionaria sull’occupazione o sulle imprese o sui servizi sociali), e tuttavia ufficializzarla solo dopo giorni e giorni e comunque insieme a quelle di tutti gli altri consiglieri, oltretutto specificando che si tratta di incarichi meramente politici a rilevanza solo interna?”.

Romano, poi, ricorda giustamente che il Molise “è l’unica regione d’Italia a non aver ancora recepito i tagli delle indennità dei consiglieri, e la denuncia proviene non già da un oppositore ma da un autorevole esponente storico del centrosinistra molisano, peraltro vicinissimo all’attuale maggioranza (Marcello Veneziale, ndr). E continua: “Che senso ha andare in tv a dire che si sta lavorando alacremente, se la relativa proposta di legge non è stata nemmeno depositata nonostante siano decorsi i termini e ciò comporti conseguenze pesantissime in termini di taglio dei trasferimenti erariali? Non è meglio ammettere l’errore, chiedere scusa e tentare di rimediare in fretta? E come dimenticare la memorabile intervista sul presunto buco di bilancio nel Consuntivo 2012 osservato dalla Corte dei conti, rilasciata da chi quell’atto contabile lo aveva non solo votato ma ne era addirittura stato relatore in Aula per conto dell’ex Governatore? Stesso discorso per l’azzeramento delle deleghe agli assessori, ed infine sull’assenza di donne nell’esecutivo. Il tutto in un deserto di considerazione dei problemi strutturali quali agricoltura, industria, credito, partecipate, sanità”. Massimo Romano è un fiume in piena e ripercorre, tappa per tappa, i cinque mesi del governo regionale di centrosinistra.

Poi si sofferma sul tema delle quote rosa, sull’assenza di donne nell’esecutivo Frattura e sulla recente sentenza del Tar Molise che ha bocciato il ricorso di Adriana Izzi: “Questa delle quote rosa è una vicenda ancor più significativa, che dunque non può essere liquidata alla stregua di una delle tante promesse assunte in campagna elettorale e poi puntualmente non mantenute. Se la questione si riducesse a questo, per quanto deprecabile, non farebbe (quasi) notizia e (forse) non meriterebbe neppure di essere ripresa. Perché, allora, parlarne? Perché proprio sul silenzio complice di una certa categoria di intellettuali (o sedicenti tali) si misura la temibile regressione culturale in atto nella società molisana. Un silenzio che alla lunga nuoce a tutti. Sbagliato il tentativo di liquidare la vicenda quote rosa come una questione giuridica: il Tar ci ha dato ragione, dunque abbiamo seguito la legge, dunque è tutto ok, dunque modificheremo lo statuto, quindi non c’è alcun problema perché anche nella mia segreteria ci sono tante donne, segno che il ruolo della donna nella società è “fondamentale”. Ma davvero si pensa di potersela scappottare da ogni addebito solo grazie all’esito giudiziario (peraltro provvisorio, trattandosi di ordinanza resa sulla richiesta di sospensiva e non di sentenza di merito, men che meno definitiva)? L’aspetto giuridico c’entra, ovviamente, poco o nulla, tutt’al più è argomento per giuristi o oggetto di disputa tra avvocati concorrenti. Il punto è invece la scelta, tutta politica, del presidente della Regione e della coalizione di maggioranza di estromettere la rappresentanza di genere dall’esecutivo regionale, probabilmente unico caso in tutta Italia, oltretutto dopo averla estromessa anche dal listino maggioritario, e nonostante l’impegno solenne e formale, assunto personalmente dal candidato presidente al cospetto di una platea di donne in campagna elettorale, di garantirne la rappresentanza in caso di vittoria. Dunque il ricorso al Tar non c’entra. Ammettiamo che la decisione dei giudici fosse completamente sbagliata, oppure, di contro, che lo fosse il ricorso: cosa cambierebbe? Occorre, per caso, una norma di legge per garantire parità di genere nell’esecutivo? Occorre forse una sentenza di soccombenza per decidersi a nominarne una? Occorre, per caso, attendere una modifica statutaria per farlo? Basta volerlo. È sufficiente considerarlo necessario, anche a prescindere da un obbligo di legge in tal senso. E il punto è proprio questo: probabilmente oggi non c’è nessuno che lo voglia e che lo consideri una priorità. E dunque, di grazia, che c’entra rivendicare che nella propria segreteria ci sono donne? Di questo passo finiremo per buttarla sui gusti sessuali: io sono etero, lui è gay, quell’altro è bisex… Discussione senz’altro suggestiva, ma probabilmente poco pertinente”.

Massimo Romano liquida così l’esperienza del governo Frattura: “In cinque mesi si è parlato solo di poltrone, di tavoli, di quinto assessore, di deleghe, di rimpasti, di segreterie particolari, di autisti (tele)comandati e di vacche. Non a caso ci si è guardati bene dall’illustrare alla stampa (e ai cittadini) i risultati dei primi 100 giorni di governo. Che gli raccontavano? Che le manze sono ansiose di brucare l’erba dei prati di San Martino? Oppure che per tutti i tavoli che sono stati aperti o anche solo sollecitati è stata sottoscritta una convenzione Consip con Ikea? Oppure che i nostri illustri parlamentari hanno presentato una epocale riforma della scuola che però risulta agli atti della Camera già dal 2006 e prevede l’insegnamento della Costituzione o di ciò che di essa resterà visto che ormai viene quotidianamente calpestata in e dal Parlamento e dal Governo? Possibile che di fronte a questo tentativo, a tratti maldestro, di mistificare la cruda realtà dei fatti per eludere le questioni, non si oda neanche un flebile distinguo? Possibile che non una donna del Pd o di Sel senta il bisogno di pronunciarsi pubblicamente? Possibile che nessun sindacato, associazione, docente o intellettuale avverta come dovere quello di pretendere responsabilità e coerenza da chi ha ruoli istituzionali? Mi chiedo: cosa sarebbe accaduto, negli ambienti politico-sindacali della sinistra, se lo avesse fatto un amministratore di destra? Dove sono finiti gli intellettuali di sinistra che all’epoca presentarono ricorso contro la giunta provinciale di Isernia, colpevole di non aver rispettato le quote rosa? Ricordate come si agitarono, allora, in nome della parità di genere, offese e mortificate nella propria dignità di donne? E oggi? Silenzio. Solo silenzio. Senza alcuna pretesa di completezza, tenderei a distinguere tra due silenzi diversi; anzi, due diverse motivazioni alla base del silenzio scrupolosamente osservato da quanti in genere parlano, ma che stavolta hanno scelto di tacere. In particolare tra le donne. Alla prima categoria ascriviamo quelle persone che, pur avendo cavalcato pesantemente l’onda di “se non ora quando”, oggi incoerentemente tacciono per interesse personale: che si tratti di un contratto con un partito o con un gruppo consiliare o con una segreteria politica, ovvero dell’aspettativa di incarichi politici, dirigenziali, o di candidature prossime venture a primarie o secondarie, meglio non osare contraddire il capo, non si sa mai che poi s’incazzi e addio scrivania, gazebo o contratto. La seconda tipologia annovera quelle che, invece, tacciono per vergogna: pur essendosi prodigate per la parità di genere e per la dignità della donna, oggi non hanno nemmeno il coraggio di affrontare l’argomento. E infatti se ne tengono a debita distanza, al massimo un post su Facebook piccatomanontroppo, non si sa mai che qualcuno ricordi loro con quale e quanta disinvoltura solo qualche mese fa hanno digerito l’indigeribile, dai vitalizi ai voltagabbana, con la legittimazione morale del “pur di mandare a casa Iorio” (e oggi ammettono a mezza bocca di ritrovarsi né più né meno di quanto avevano sempre criticato). Poi c’è ovviamente chi non parla perché ha sempre schivato i riflettori. E, ancora, chi non parla perché pur avendolo fatto in passato, oggi si sente drammaticamente solo, in un dibattito che ha smarrito ogni senso della vergogna e trasformato in un fatto naturale che a rappresentare le massime istituzioni ci siano pregiudicati per prostituzione minorile o per banda armata, o che in Parlamento PD e PDL, un tempo rivali (o sedicenti tali) votino insieme il governo Letta (nipote) o il rinvio dei lavori parlamentari per non scontentare B. o l’acquisto degli F35 per non turbare il Colle? E intanto il Paese scivola in una catastrofe economica ed occupazionale, oltre che morale, che ci avvicina pericolosamente alla tragedia del fallimento.

Infine, l’amara considerazione: “Per quanto tempo ancora reggerà la politica delle pacche sulle spalle? Per chi volesse provare a cambiare questo stato di cose, il primo passo è quello di chiamarle col loro nome, rifuggendo dalla tentazione di nascondere le difficoltà. Non credo ci sia ancora molto tempo per invertire la rotta. La luna di miele, prima o poi, finisce. E non è detto che l’assenza di una opposizione minimamente credibile e operativa la possa prolungare. Talvolta, invece, in assenza di scelte vere, l’accorcia. E mai come oggi c’è bisogno di decisioni serie e chiare e non di melina: per non tirare le cuoia, oggi non bisogna tirare a campare. Se non ora, quando?”.