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Isernia/ Il Papa e il richiamo ai chierici: sposare la povertà come Celestino e Francesco

Il Pontefice: la persona al centro di una nuova economia al posto del denaro e del profitto. Poi apre l’Anno Celestiniano con un’immagine dirompente: misericordia come profezia di un mondo nuovo, in cui i beni della terra e del lavoro siano equamente distribuiti e nessuno sia privo del necessario

di Pasquale Bartolomeo

L’ARRIVO IN CATTEDRALE. Dopo l’incontro con i detenuti, alle 17 circa, Francesco riparte in Papamobile a velocità elevata: è stanco, il caldo si fa sentire, ma l’affetto della gente di Isernia lo rinfranca e gli fa trovare la forza di dispensare ancora sorrisi e saluti per tutti. Passa per via Latina, attraversa corso Garibaldi, fa il giro di piazza della Repubblica. L’atmosfera è quasi surreale, il tempo si ferma. Non sembra più nemmeno di essere a Isernia. Emozioni incredibili per i fedeli, alcuni dei quali fermi, sotto il sole, fin dalle prime ore del mattino per aspettare il Pontefice e vederlo da vicino.

Isernia si colora di bianco e giallo, i colori vaticani, praticamente dappertutto: sui balconi, per le strade, sulle porte delle attività commerciali è un serpentone di bandierine, gagliardetti, palloncini (GUARDA LA FOTOGALLERY DELLA GIORNATA IN BASSO).

Il Papa si dirige nel centro storico: bacia i bambini, stringe le mani, regala anche due papaline alla folla che lo acclama. Entra in Cattedrale per un incontro con i disabili e qualcuno degli assistenti, scherzosamente, si tocca l’orologio e gli fa cenno che è ora. L’ora della partita dell’Argentina. Il Papa sorride, annuisce. Poi esce dalla chiesa madre e una giovane donna in stato interessante gli dona i calzini del suo bimbo. Francesco illumina con il suo sguardo, abbraccia tutti. Non dice mai di no. Poi sale sul palco al centro di Piazza Mercato e la vista è di quelle che tagliano il fiato.

IL SALUTO DEL VESCOVO. Il neo vescovo di Isernia, monsignor Camillo Cibotti, salito sulla papamobile già in fase di ripartenza da Castelpetroso, fa gli onori di casa. Parla di una comunità, quella isernina, duramente provata dalla crisi, che l’ha impoverita, piegata. Ma non spezzata. “Inutile negarlo – dichiara il presule – anche la fede è minata da rigurgiti di secolarismo e da forme di pietismo e devozionismo che rischiano di imprigionare il cammino della Chiesa. Eppure, questa comunità che è qui davanti a Lei e che è provata dalla disoccupazione non è povera: possiede un patrimonio interiore, culturale e naturale che ha attraversato i secoli. Questa comunità che talvolta non vede garantito il diritto alla salute non è inferma: è resa viva e operante dalle forze di cui dispone. Questa comunità, sebbene ferita da infiltrazioni di ogni genere, è sostenuta dalla fede autentica di uomini e donne di buona volontà che si adoperano instancabilmente nelle più disparate realtà sociali, politiche ed economiche”. Poi, un cenno alla corona che i fedeli e i devoti della parrocchia Santa Maria della Pace di Fragnete hanno commissionato in onore della Madonna in segno di gratitudine per le grazie ricevute, “segno specialissimo – conclude Cibotti – del nostro totale affidamento a Lei”, prima della benedizione della corona stessa proprio da papa Francesco.

Il vescovo, a questo punto, lascia la scena al vicario di Cristo per il discorso finale. L’ultimo, prima di lasciare il Molise. Mentre parla, intorno alle 18.10, ci sarà spazio anche per un simpatico omaggio calcistico: da un balcone della piazza spunterà uno striscione con il risultato parziale della partita della nazionale argentina, in vantaggio sul Belgio per 1 a 0.

UN MONDO NUOVO. Il Papa ha la voce affaticata, ma la forza dirompente del suo discorso vola oltre la stanchezza. Parla di Celestino V, lo paragona al patrono d’Italia, di cui porta il nome. “C’è un’idea forte che mi ha colpito, pensando all’eredità di San Celestino V. Lui, come San Francesco di Assisi, ha avuto un senso fortissimo della misericordia di Dio, e del fatto che la misericordia di Dio rinnova il mondo. Pietro del Morrone, come Francesco d’Assisi, conoscevano bene la società del loro tempo, con le sue grandi povertà. Erano molto vicini alla gente, al popolo. Avevano la stessa compassione di Gesù verso tante persone affaticate e oppresse; ma non si limitavano a dispensare buoni consigli, o pietose consolazioni. Loro per primi hanno fatto una scelta di vita controcorrente, hanno scelto di affidarsi alla provvidenza del Padre. E sempre mi colpisce che, con questa loro compassione forte per la gente, questi Santi hanno sentito il bisogno di dare al popolo la cosa più grande: la misericordia del Padre, il perdono. ‘Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori’. In queste parole del Padre nostro c’è tutto un progetto di vita, basato sulla misericordia. La misericordia – straordinario questo passaggio del Papa – l’indulgenza, la remissione dei debiti, non è solo qualcosa di devozionale, di intimo, un palliativo spirituale. No! E’ la profezia di un mondo nuovo, in cui i beni della terra e del lavoro siano equamente distribuiti e nessuno sia privo del necessario, perché la solidarietà e la condivisione sono la conseguenza concreta della fraternità”. Un mondo nuovo, più equo e solidale: parole che la politica, specie quella di sinistra, locale e non solo, farebbe bene a tenere a mente.

L’ANNO CELESTINIANO. Segue poi l’apertura dell’Anno giubilare Celestiniano, a 800 anni esatti dall’ascesa al soglio pontificio del Santo patrono di Isernia, “durante il quale – ancora Francesco – sarà spalancata per tutti la porta della divina misericordia. Non è una fuga, non è un’evasione dalla realtà e dai suoi problemi, è la risposta che viene dal Vangelo: l’amore come forza di purificazione delle coscienze, forza di rinnovamento dei rapporti sociali, forza di progettazione per un’economia diversa, che pone al centro la persona, il lavoro, la famiglia, piuttosto che il denaro e il profitto”. Un eloquente invito-richiamo ai chierici, perché siano esempio di povertà come lo furono Celestino e Francesco.
Il Papa finisce di parlare e gli applausi sembrano non finire mai. C’è il grazie di una comunità intera, provata ma innamorata di lui come non mai, in quei battiti di mani interminabili. In aria volano palloncini colorati, i ragazzi del coro cantano il Padre Nostro e altri inni. Indescrivibile. Ma reale. Lui se ne va, in anticipo, ma con il Molise nel cuore. Sale sull’auto blindata, fa rotta verso l’eliporto di contrada Rio, presso il Comando provinciale dei vigili del fuoco. Un ultimo saluto ai presenti, non senza una carezza a una bimba alla quale Francesco non sa resistere: tenerezza, amore, contatto umano sono e saranno sempre il suo biglietto da visita. Alla fine l’elicottero si alza e il Papa riparte per davvero. La festa è finita. E il Molise, che forse ha vissuto il suo giorno più bello, prosegue nel suo cammino più ricco nel cuore e nello spirito.

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