di Pasquale Bartolomeo

ISERNIA. La ‘festa è finita’: Luigi Brasiello esce di scena ed è costretto a mollare la poltrona di sindaco di Isernia. Termina a due anni e mezzo dalla fine l’avventura politica del sindaco/presidente della Provincia, buttato a mare da sette consiglieri della sua maggioranza che gli hanno negato il sostegno sul bilancio di previsione 2015, bocciato con 19 voti a 13.

Pochi minuti fa, alle ore 19.45, dopo esattamente due ore, la votazione in aula a Palazzo San Francesco, con un esito che conferma i segnali nell’aria da settimane a questa parte che un centrosinistra arroccato sulle sue posizioni si è ostinato a non voler interpretare nell’unico modo possibile. A nulla valgono gli appelli al buonsenso del primo cittadino, del presidente del Consiglio Franco Capone e dei suoi fedelissimi. I sette dissidenti – Davide Avicolli, Michele Mezzanotte, Ilario Di Placido, ex componenti della lista del sindaco e fondatori di un nuovo gruppo; Francesca Scarabeo, Ovidio Bontempo e Benedetta Monaco del Pd e Domenico Di Baggio del Polo di Centro – vanno fino in fondo e rovesciano il tavolo.

Isernia torna al voto, dunque, con la prefettura che dovrà nominare un commissario straordinario per la gestione del Comune fino alla tarda primavera 2016. Brasiello decade anche da presidente della Provincia, la cui guida sarà affidata, pro tempore, al suo vice Cristofaro Carrino. Trema anche il governatore Paolo Frattura, che aveva evidentemente sottovalutato la crisi. In giorni in cui dovrà procedere al rimpasto in vista del giro di boa, non potrà più permettersi di sbagliare, se vuol rimanere in sella. Ma la caduta del Comune pentro ora altera tutti gli equilibri. E la scelta del rappresentante di Giunta che dovrà sostituire l’ex assessore Massimiliano Scarabeo si rivelerà fondamentale per la sopravvivenza del governo regionale.

CRONACA DI UNA MORTE ANNUNCIATA. Comincia con un ostruzionismo a oltranza la seduta dell’ultimo Consiglio comunale dell’era Brasiello. La maggioranza di centrosinistra al Comune di Isernia non vuole arrendersi e cerca ancora il dialogo con l’opposizione. La seduta, iniziata alle 17.43, vede la presenza di tutti i consiglieri comunali. Il sindaco, in apertura dei lavori, fa un disperato appello “alla testa, ma soprattutto al cuore” dei consiglieri comunali, perché portino avanti l’amministrazione votando sì al bilancio. Ma l’opposizione non si presta. Giacomo d’Apollonio, a nome di tutto il centrodestra, declina ufficialmente l’invito. “Il nostro atteggiamento non cambia, nei confronti dei cittadini e in quest’aula – dichiara il generale – Non abbiamo potuto fare di più perché nessuno ce lo ha consentito. Piccola annotazione: siamo convinti che il ritiro dell’argomento all’ordine del giorno dopo che è stato discusso, come è accaduto due giorni fa col bilancio, rasenti l’illegittimità. Il regolamento è carente e si prestava a un’iniziativa del genere, ma la ratio di quella norma è che se un argomento deve ancora discutersi per variazioni e approfondimenti si può ritirarlo, ma ciò va fatto prima di discuterlo e delle dichiarazioni di voto. Abbiamo molte perplessità. Io chiedo – conclude l’esponente di ‘Isernia in Comune’ – a nome di tutto il gruppo di minoranza, di procedere immediatamente alla votazione“.

Ma il presidente del Consiglio, Franco Capone, da un orecchio sembra non sentire e riapre il dibattito sul documento contabile, concedendo, a propria interpretazione e assumendosi ogni responsabilità, la parola al vicesindaco Maria Teresa D’Achille. Scoppia la bagarre, in particolare con d’Apollonio e Gianni Fantozzi, ma il vicesindaco attacca comunque a parlare e si infervora. Capone mena il can per l’aia, invita alla calma tutti, ma poi si lascia scappare: “Così chiudiamo nel peggiore dei modi”. Partono appelli a raffica al buon senso per tentare di sopravvivere.

Andrea Galasso, di ‘Isernia di tutti’, ripropone le larghe intese almeno fino a gennaio, “con persone diverse dalle attuali, da entrambi i lati o dall’esterno. Isernia lo ha già vissuto il commissariamento – ricorda il giovane consigliere, che si dimise ai tempi del centrodestra di Rosetta Iorio, nel 2012 – e il commissario è peggio di qualsiasi cattiva amministrazione, è un burocrate che non guarda alle esigenze di un popolo o della città”.

Si susseguono una sfilza di interventi di fedelissimi. Quando è il turno di Sergio Sardelli, Pd, il consigliere prova a ‘ingolosire’ il centrodestra. “Il Partito democratico non è votato a distruggere l’amministrazione – argomenta – Ci abbiamo messo vent’anni per riconquistare questa città. Mi dissocio da quella parte del Pd che, per logiche che verranno fuori quando sicuramente non saremo più consiglieri, si comporta senza giustificazioni. Lo stesso dicasi da parte della minoranza. Quello che facciamo, è vero, è un appello disperato di un’amministrazione morente: ma assolutamente sincero, per non apportare danni alla città con un commissariamento lungo. Cui prodest un eventuale governo di larghe intese minoranza-maggioranza? Potrebbe portare benefici maggiori alla minoranza, per assurdo, visto che noi come maggioranza siamo spaccati per merito o per colpa di qualcuno. Trovo irragionevole la decisione dei miei colleghi di minoranza, mi sfugge la logica politica, senza offesa. La risposta che mi viene, quando mi chiedo a chi giovano le larghe intese, è soltanto alla città. I cittadini si vedranno privare di una serie di servizi, per quanto illuminato il commissario possa essere. L’accordo si poteva fare in tutta trasparenza, lo hanno fatto anche a livello nazionale, non vedo perché qui non si possa fare. Chiedo perciò di mettere al voto la sospensione del Consiglio comunale, ancora una volta, e riflettere sul da farsi. Il momento è delicato”. Niente da fare anche stavolta: la proposta di interruzione temporanea non viene accolta, con 18 contrari e 15 favorevoli. Viene meno un voto rispetto ai 19 (11 di minoranza, l’indipendente Angelo Cutone e i 7 dissidenti) che affosserebbero Brasiello. Qualcuno spera in un ripensamento allo scadere, ma salvezza per Brasiello è ancora troppo lontana.

Si arriva in coda e a chiudere gli interventi prima del voto decisivo è proprio Capone, che tenta l’ultima carta. “La collaborazione richiesta alla minoranza – così il presidente dell’assise arringa i presenti – scaturisce non solo da motivi di opportunità. Quando il consigliere viene eletto, lo è senza vincolo di mandato e, volta per volta, deve decidere per il meglio. La proposta è caduta nel vuoto, ma fa parte delle regole del gioco. Me ne rammarico perché in questi anni molti sono stati gli argomenti in cui sono stati votati documenti assieme, all’unanimità. Questa è una situazione di paralisi, perché un gruppo della maggioranza ha ritenuto di dover uscir fuori. La questione è questa: cosa può fare il commissario che non possiamo fare noi? Perché un Consiglio qualificato come il nostro non può svolgere il proprio ruolo? Se viene adesso o a febbraio il commissario, sempre a maggio si voterà. I cittadini ci hanno detto di amministrare e non di far venire il commissario. Per Isernia è un momento micidiale. Dobbiamo aprire un contenzioso istituzionale con la Regione affinché non si dimentichi del territorio isernino. Non buttiamo a mare 5 mesi di possibile e proficua collaborazione, facciamo fronte comune e vediamo cosa dobbiamo fare. Il 15 avevamo convocato un consiglio per parlare di Egam e di area di crisi: sono problemi seri. Riflettiamoci fino alla fine, è facile bocciare il bilancio mentre il difficile è affrontare i problemi. Perché arrivare a 9 mesi di commissariamento se è possibile collaborare e ridurli?”. Ma non c’è nulla da fare.

Allo showdown, i dissidenti sono compatti come un sol uomo e votano insieme al centrodestra, una cosa mai accaduta prima a Isernia, dirà a fine seduta un avvilito vicesindaco D’Achille. Finisce 13 a 19, Brasiello cade e il Consiglio si scioglie a metà mandato. Un tonfo pesantissimo, con il Pd diviso in due che condanna il sindaco/presidente alla prematura fine politica e dimostra come i big regionali e nazionali del Partito Democratico abbiano lasciato Brasiello in balia di se stesso. Il risultato alla fine è uno solo: far tornare a nuova vita un centrodestra che ora torna a far paura. A cominciare dalle future elezioni del nuovo presidente della Provincia.