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Sospettato di preparare un attentato a Roma, condannato il somalo arrestato in Molise

CAMPOBASSO. Istigazione al terrorismo, condannato a 2 anni e 6 mesi Abshir Mohamed Abdullahi, il 22enne sospettato di preparare un attentato alla stazione Termini di Roma. Lo ha deciso il Gip del Tribunale di Campobasso Teresina Pepe, al termine del processo svolto con il rito abbreviato. L’accusa, rappresentata dal procuratore capo Armando D’Alterio, aveva chiesto per lui la condanna a 7 anni e 6 mesi. La sentenza è arrivata nel pomeriggio, al termine della camera di consiglio.

Il giovane, nato in Arabia Saudita da genitori somali, era stato arrestato il 9 marzo dalla Digos di Campobasso, nel centro di accoglienza ‘Happy Family’ di Campomarino, dove aveva trovato rifugio, dopo essere arrivato nel nostro Paese in una delle tante barche di migranti. E dove, secondo gli inquirenti, cercava di fare proselitismo, con predicazioni inneggianti alla ‘Jihad’ e al suicidio nel nome di Allah. Sul telefonino guardava scene di attentati dell’Isis, immagini dure e cruente. Un fondamentalismo che aveva spaventato anche alcuni ospiti del centro, che non avevano esitato a denunciarlo. Lui così giovane da essere diventato un imam secondo gli investigatori, anche se lui aveva sempre negato.

Dal momento dell’arresto il giovane è stato prima nel carcere di Larino, poi è stato spostato nel penitenziario di massima sicurezza di Sassari, dove tornerà in carcere. Il procuratore capo del Tribunale di Campobasso Armando D’Alterio, che ha coordinato l’indagine, aveva chiesto per il presunto terrorista il giudizio immediato. E’ stata la difesa del somalo, rappresentata dall’avvocato Vittorio Platì, a chiedere il giudizio abbreviato. Concluso oggi. Il giudice lo ha ritenuto colpevole e lo ha condannato. Ma non ai 7 anni richiesti dall’accusa.

Il procuratore D’Alterio, pur evidenziando l’importanza della condanna, ha già fatto sapere di voler ricorrere in Appello, così come potrebbe fare il difensore del somalo. Che aveva chiesto per lui l’assoluzione “perché il fatto non costituisce reato”.

Carmen Sepede

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