Il vicepresidente emerito della Corte costituzionale a Isernia su iniziativa del Movimento Cinque Stelle: votare no per impedire il capovolgimento del diritto in favore della finanza


ISERNIA. “Votare no, assolutamente e senza titubanze”. Lo ha detto il professor Paolo Maddalena, giurista e magistrato di lungo corso e vicepresidente emerito della Corte costituzionale, nel corso del convegno organizzato questo pomeriggio a Isernia dal Movimento Cinque Stelle, una delle tappe del tour #IoDicoNoReferendum, per sostenere le ragioni del no alla riforma costituzionale.

m5sAccanto a lui, gli esponenti pentastellati in Consiglio regionale, Antonio Federico e Patrizia Manzo, e il consigliere comunale di Isernia Mino Bottiglieri. La sala consiliare del Comune di Isernia, gremita per l’occasione, ha visto la presenza di numerosi sostenitori del ‘no’ appartenenti anche ad altri partiti e movimenti. Tutti uniti, per una volta, da un obiettivo comune, la difesa dell’attuale Carta costituzionale.

L’analisi di Maddalena, autore del libro ‘Gli inganni della finanza’ – una lucida e aspra critica al modello di società espresso dall’odierno capitalismo finanziario globale che ha sradicato l’economia dalle sue basi materiali e si è fatto sovrano anche rispetto ai governi – parte da un assunto preciso. Se vincesse il sì, “accadrebbe qualcosa di incredibile. Attraverso il ballottaggio previsto dalla legge elettorale, un partito può ottenere la maggioranza in parlamento anche con il 20/25 per cento di voti. Se dunque un capo di un partito riesce a conquistare il 10/12 per cento degli italiani, con la maggioranza che ottiene per magia in Parlamento attraverso il ballottaggio, può facilmente modificare l’intera Costituzione. Ed è questo che vuole la J.P. Morgan – affonda il colpo il professore – perché nel documento del 25 maggio 2013 la società leader nei servizi finanziari globali ha proprio detto questo. Ovvero, che le Costituzioni vanno cambiate perché c’è troppa tutela dei lavoratori. Bisogna togliere i diritti ai lavoratori. Queste Costituzioni sono troppo antifasciste, sono troppo socialiste. Quindi ci vuole un solo rappresentante pieno di poteri e una sola Camera, in modo che sia più facile per le multinazionali trattare con il capo del Governo. In sostanza, noi abbiamo il capovolgimento del diritto. Mentre per secoli ha dominato il diritto sull’economia, adesso è la finanza speculativa che domina e che detta le regole al diritto. Mi pare proprio che siamo nell’assurdo più assoluto, perché il diritto tutela la persona umana, mentre l’economia tutela il massimo profitto e considera l’uomo come merce e toglie qualsiasi diritto al lavoratore. Quindi bisogna votare no, assolutamente e senza titubanze”.

DSC 0085Il vicepresidente emerito della Consulta, inoltre, esprime forti dubbi sulla natura del quesito referendario. “È ingannevole – commenta – perché è tautologico. È come se dicesse ‘ti piacciono i cioccolatini?’. Chi dice no? Lì si dice che il referendum vuole diminuire il numero dei rappresentanti, si vogliono diminuire i costi e si va avanti in questa direzione. Quindi, di per sé, è un inganno, è una menzogna. Gli italiani devono essere talmente intelligenti da scoprire la menzogna e non cadere nell’inganno. Perché chi è ingannato, poi, ne paga le spese”.

Parla di “deriva autoritaria”, invece, il consigliere regionale Antonio Federico. “Votare no è un segnale importante che non va nella direzione di fermare il Paese, ma piuttosto nella direzione di fermare la deriva autoritaria verso la quale Renzi vuole portare questo paese. Berlusconi nel 2006 provò a fare una cosa simile, però dando più potere al premier. In questo caso, invece, Renzi fa un’azione più subdola: non aumenta i poteri del premier, ma riduce i poteri delle opposizioni e la possibilità dei cittadini di poter intervenire direttamente sulla cosa pubblica”. A quanti invece sostengono che, con la riforma, si avrebbero leggi più celeri e anche un governo più stabile, Federico risponde convinto: “Innanzitutto c’è da capire se il Paese ha bisogno di più leggi o di leggi più efficaci. Se noi andiamo a vedere i tempi medi di approvazione di una legge proposta dal Governo alla Camera essi ammontano a 53 giorni attualmente, con la doppia lettura. Con la nuova riforma c’è la possibilità di arrivare ad altrettanto, perché una volta approvata la legge alla Camera dei Deputati, il nuovo Senato potrà intervenire se entro 10 giorni un terzo dei suoi rappresentanti ne farà richiesta, avendo ulteriori 30 giorni per intervenire. Quindi si è già arrivati a 40 giorni, più il tempo alla Camera per recepire o meno le indicazioni del Senato. I tempi non sono cambiati. Quello che cambia – conclude – è l’efficacia dell’azione che ha il contrappeso del Senato sull’azione che fa il Governo”.

 

Pba