Le possibili ripercussioni sul calcio locale di una riforma del terzo campionato più importante d’Italia
ISERNIA. Sono passati quasi 15 anni da quando a Isernia si respirava aria di grande calcio, di Serie C. Era la stagione 2003 – 2004 e in C2 allo stadio ci furono di media quasi mille e cinquecento spettatori per ogni partita con il picco di oltre duemila e cinquecento per il match contro il Castel Di Sangro.
Dopo quella stagione: un anno sabbatico a causa di un fallimento, vari campionati di promozione ed eccellenza, la soddisfazione di due ‘Coppa Italia dilettanti Molise’ vinte e, soprattutto, della Serie D e, questa estate, un nuovo cambio di proprietà con una cordata di volenterosi imprenditori locali guidata dal presidente Luigi Mazzocco e dal vicepresidente Antonio Biscotti.
L’inizio di questa stagione in Eccellenza Molise dell’Isernia è stato esaltante. Come Napoli e Juventus in Serie A, ha vinto le prime sei partite realizzando ben 20 gol e subendone soltanto due. La speranza è ovviamente che, come i partenopei, la striscia vincente possa continuare per molte altre partite. In città i tifosi, giustamente, auspicano sia l’anno giusto per risalire la china, fino a tornare, in poche altre stagioni, dalla porta principale della Serie C (la denominazione Lega Pro è andata in pensione nel giro di pochissimi anni). Ma, al di là delle concorrenti, le cose potrebbero farsi più difficili a stretto giro per la riforma paventata del calcio professionistico in Italia.
La Federazione Italiana Giuoco Calcio, più specificatamente il suo presidente Carlo Tavecchio, sta infatti pensando ad una profonda revisione del terzo campionato più importante d’Italia. Nell’arco di un triennio si vorrebbe fare scendere il numero delle squadre dalle attuali 60 fino a 40. In pratica dai tre gironi con 20 team attuali, si vorrebbe arrivare ad avere soltanto un girone A ed un girone B. Le ragioni di questa trasformazione? Sostanzialmente lo stato non certo di particolare salute di tante società che, soprattutto una volta arrivate nel calcio professionistico, non riescono non soltanto a mantenere la categorie ma arrivano all’incapacità di sopravvivere. E invece, dunque, di pensare ad esempio ad un Bonus di Benvenuto per le squadre provenienti dai campionati dilettanti, si tenta di ridurre il numero di squadre e tentare così di limitare in questo modo il problema, ricordando che in altre nazioni europee, anche più popolate dell’Italia, il numero di squadre di calcio professionistiche sono numericamente molto più ridotte. Non è il caso di entrare nei tecnicismi della riforma ma indubbiamente, in questo modo, sognare il grande calcio per tante realtà, come quella di Isernia, risulta complicarsi ulteriormente. Una domanda però oltre che lecita sorge anche spontanea. Ma siamo proprio sicuri che aver cancellato la Serie C2 sia stata la scelta giusta? Non era forse opportuno avere un grado intermedio tra il dilettantismo e i parametri economici richiesti dalla C1, anche per dare modo ad alcune società capaci di effettuare un exploit tecnico improvviso ed inaspettato di crescere in modo meno repentino? Ed è un vero peccato che nessuno dei dirigenti della FIGC abbia mai preso in considerazione un ritorno a questa categoria fondata nel 1978 e abolita nel 2014.




