di Alfredo Incollingo
Il Re Fajone è caduto e con lui è tramontato un simbolo. Il 30 novembre, nelle prime ore del mattino, un cacciatore ha dato l’allarme: il faggio plurisecolare, che aveva circa 500 anni di vita ed era l’orgoglio della riserva Mab di Montedimezzo, non ha retto alle forti folate di vento e alla pioggia di questi giorni.
Nessuno lo avrebbe mai immaginato, ma quel fusto possente, logorato al suo interno, è crollato a terra rovinosamente. Il Molise non perde solo un prezioso bene ambientale, ma un simbolo di vita, di rettitudine e di tradizione. Ogni albero, soprattutto quelli secolari, com’era il nostro Re Fajone, è un asse tra il cielo e la terra, la rappresentazione più grandiosa della vita e della natura.
I romani, i greci e, in generale, buona parte delle culture umane ritenevano che queste antiche piante fossero i pilastri portanti del cosmo. Come il mitico frassino norreno, Yggdrasill, le radici si sviluppavano nelle profondità della terra, nel mondo degli Inferi, e il tronco lo collegava con il firmamento, poiché la chioma e i rami più alti crescevano verso le stelle, la sede degli dei. In corrispondenza del loro fusto vi era il mondo umano, la Terra di Mezzo tolkeniana, il centro perfetto dell’universo. Per questo motivo le antiche culture celtiche, mediterranee o nordiche consideravano gli alberi sacri e tributavano loro grandi onori. Per i Germani l’asse del mondo era il tiglio, mentre per le popolazioni siberiane la betulla e i romani consacrarono il faggio, il nostro Re Fajone, al supremo Giove. Anche nella Bibbia, nel libro della Genesi, è presente l’Albero della conoscenza del bene e del male, non a caso posto nel centro dell’Eden, essendo una materializzazione di Dio. Gli antichi rimasero colpiti dalla longevità degli alberi che fioriscono e appassiscono continuamente.
Questo ciclo vitale, che segue quello delle stagioni, era un fattore di sorprendente vitalità. Stupiva anche il maestoso sviluppo del seme: da un granulo poteva emergere un grande fusto e una chioma folta. L’immagine dell’Albero della Vita, da nutrimento spirituale per lo più, ricorre in Occidente e in Oriente, come il famoso fico sotto il quale si ritirò in meditazione Buddha. Queste credenze precristiane, in Europa, non si persero con la conversione al Cristianesimo. Tuttora, in tutto il globo, si usa ornare un albero di Natale durante le festività invernali. Quell’abete non è altro che un asse del mondo, non più Giove o Odino, ma Gesù.
Il Re Fajone era il baricentro della nostra storia e della nostra tradizione. Lo si potrà considerare solamente un pregiato bene ambientale, ma nulla può intaccare il suo valore culturale e storico. La sua rovinosa caduta a terra è la conseguenza di un costante logorio interno ad opera di parassiti e di muffe. Oltre al Re Fajone è caduto con lui un simbolo, perché anche i simboli, rovinati all’interno da un eccessivo scetticismo, tramontano con molta facilità oggi giorno.




