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La “furia cieca” della baby gang

Alla luce dei recenti fatti di cronaca nazionale, una riflessione sul metodo di prevenzione e fronteggiamento del fenomeno


di Rosa Francesca Capozza*

Inizia con gli insulti e continua con un pugno in faccia l’agguato giorni fa a Napoli di una baby gang a un sedicenne che ha riportato la frattura del setto nasale. Il giorno prima a Pomigliano D’Arco 2 studenti selvaggiamente picchiati con catene da un “commando” di 10 minori, 2 dei quali identificati hanno appena 13 e 15 anni, per rapinarli di un telefonino di ultima generazione. A Chiaiano il pestaggio di un quindicenne da una banda di minori che gli è costata l’asportazione della milza. Ancor prima, l’accoltellamento di Arturo, un ragazzo 17enne, a Napoli. Terrore urbano in stile “Arancia meccanica”. Nessun barlume di pietà, nessun ripensamento. La vittima non é riconosciuta come soggetto. E’ il fenomeno di microcriminalità organizzata maggiormente diffuso nei contesti urbani e riguarda ragazzi dai 13 ai 18 anni. Piccole bande che mettono in atto un’enorme varietà di comportamenti devianti, che vanno da forme di racket ed estorsioni, a pestaggi o rapine. Gli aggressori sono sempre in gruppo e sempre ben riconoscibili dal modo di vestire e dall’atteggiamento. Il 75% di loro vive nelle periferie, sono ragazzi che in genere non possono contare sul sostegno familiare, di estrazione sociale umile e che nel “branco” trovano la sicurezza e l’affetto che non ricevono da altre parti. I reati attuati sono soprattutto il furto ed il vandalismo, insieme alle lesioni personali, mentre quelli compiuti da minorenni in concorso con maggiorenni sono decisamente più gravi: rapina e spaccio di stupefacenti. Abbastanza frequenti sono anche le denunce per reati contro l’ordine pubblico.

E’ quella che i Criminologia si chiama Tecnica del “Disimpegno morale” (Bandura) che permette ad un soggetto di fare in gruppo ciò che da solo non farebbe mai: la diffusione di responsabilità all’interno del gruppo, consente infatti al giovane di non distinguere il proprio ruolo, cioè di non percepirsi del tutto colpevole, eludendo l’eventuale conflitto con i riferimenti morali.

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