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Mino Pecorelli giornalista onesto e capace

L’Ordine dei Giornalisti del Molise accanto alla famiglia e agli amici per la riabilitazione definitiva e meritata del direttore di OP


di Giovanni Petta

«Il processo di Perugia non ha permesso di trovare gli assassini ma pubblici ministeri, avvocati di parte civile e avvocati degli imputati, tutti insieme, hanno contribuito a far emergere una verità storica importante: Mino Pecorelli era un giornalista capace, serio e che aveva fonti importanti». Comincia così, – con questa frase di Alvaro Fiorucci, autore de «Il divo e il giornalista» – l’incontro su Mino Pecorelli voluto dall’Ordine Regionale dei Giornalisti del Molise.

Un incontro che apre un periodo nuovo sul giornalista sessanese e che sembra il simbolo di una volontà contemporanea diffusa che mira, finalmente, alla dissoluzione delle ombre oscure di quegli anni, anni terribili e ombre di cui dovremmo davvero vergognarci. Nella sentenza del 24 settembre 1999, la Corte d’Assise di Perugia aveva già scritto che Mino Pecorelli era «un giornalista appassionato del suo lavoro, sicuramente schierato sul fronte politico e di posizione antagonista alla sinistra, ma non per questo indulgente verso la parte politica a lui vicina, preparato, indipendente, profondo conoscitore della situazione politica italiana, di cui faceva una analisi lucida». Tale giudizio venne poi ribadito dalla sentenza di Appello: «Carmine Pecorelli non minacciava di pubblicare, ma pubblicava notizie scabrose».

E che le notizie pubblicate da Pecorelli fossero «scabrose», fastidiose, pericolose, non lo afferma solo il Tribnale di Perugia. «Pensate che i numeri di OP (Osservatore Politico, la rivista di Pecorelli, ndr)  non sono conservati in nessuna biblioteca nazionale – dice Giuseppe Pardini, docente dell’Unimol -, non ci sono nelle biblioteche di Camera e Senato. Eppure OP veniva inviato a tutti i politici! Pensate che sull’attentato a Togliatti c’è ancora il segreto di stato e io, come storico, non posso accedere agli atti!» Che ci sia ancora tanto da approfondire e da scrivere sul giornalista molisano e sulle vicende  legate alla sua attività giornalistica è confermato dai dati: l’avvocato-archivista che ha avuto l’incarico di ordinare i documenti del processo, Tamara Pelucchini, spiega che le carte da organizzare in indici  efficaci sono circa 800.000. In effetti, il processo di Perugia ha avuto 6 imputati (Calò, Andreotti, Badalamenti, Carminati, Vitalone e La Barbera), 4 parti civili (Rosita Pecorelli, Andrea Pecorelli, Liliana Russo e Stefano Pecorelli), oltre 100 udienze, 231 testimonianze e 326 produzioni documentali. E che ci sia tanto ancora da sapere sulla storia della giovane repubblica italiana non è un segreto. «Dal ’44 al ’46 – dice Paolo Patrizi, stretto collaboratore di Pecorelli – l’Italia cambia repentinamente: passa dal potere assoluto della dittatura e della monarchia alla forma repubblicana che conosciamo. Tutto ciò  avviene senza grandi sconvolgimenti e con pochissimi morti. Ciò non poteva avvenire senza il lavoro delle polizie segrete e dei poteri occulti che presero in mano la situazione. Possiamo dire che il Viminale è stato l’unico ministero a funzionare efficacemente da allora ad oggi». Frasi di questo genere – frasi che vengono fuori naturalmente quando si parla degli argomenti dell’attività giornalistica di OP  – devono essere finalmente prese in considerazione dagli storici, vanno necessariamente approfondite se si vuole che la giovane repubblica italiana diventi uno Stato sicuro dei suoi principi fondamentali e che consolidi la sua democrazia. «Se i giornalisti dell’epoca – dice ancora Patrizi – avessero divulgato le notizie che Pecorelli pubblicava, dopo averle verificate, il giornalista molisano non  sarebbe morto. Non lo avrebbero ucciso perché sarebbe stato inutile eliminare chi diffondeva notizie che anche altri pubblicavano. Avrebbero dovuto uccidere tutti e ciò non sarebbe stato possibile». Alfredo Galasso, legale della famiglia Pecorelli, è sicuro del fatto che «l’assassinio avvenne in un momento in cui tutto cambiava. In quel momento, Pecorelli conosceva segreti che potevano permettere al Pci di vincere le elezioni e di spostare l’Italia verso il Patto di Varsavia. L’Occidente non poteva permetterlo. Ecco dunque non solo l’omidicidio del giornalista ma anche la denigrazione dell’uomo e del professionista, con la divulgazione di sospetti sulle amicizie e le modalità di pubblicazione delle notizia e, persino, con la diffusione di una foto bruttissima» che non rappresentava la giovialità e l’eleganza dei lineamenti di Pecorelli. La stessa macchina del fango, questa volta puntata su Andreotti, servì per arrivare al processo. «Anche qui – spiega ancora Galasso – siamo in un momento di cambiamento. Con “Tangentopoli” si vuole cambiare totalmente la classe dirigente e colpire Andreotti è importante».

Questa necessità «della storia» non ha come conseguenza l’individuazione dei colpevoli ma serve per disarcionare il divo ed ebbe, come consegenza non prevista, il merito di rivalutare la figura e il lavoro di Mino Pecorelli. Anche per Fiorucci l’omicidio del giornalista va cercato «in quel grumo di interessi indicibili che caratterizzò la storia italiana da quindici anni prima a quindici anni dopo l’eliminazione di   Pecorelli». Insomma, dalla confusione di eventi storici tutti ancora da verificare emerge però una verità sicura e ferma: Mino Pecorelli era un giornalista onesto e capace. Un professionista che non si  piegava ai diktat politici e che aveva fonti importanti nelle istituzioni e nei Servizi (quale giornalista non le vorrebbe?). E da questa verità si parte per un percorso di riabilitazione di Pecorelli. «Nella sede romana dell’Ordine – dice Enzo Cimino, consigliere nazionale -, all’ingresso, ci sono i ritratti di ventotto giornalisti italiani che hanno perso la vita nell’esercizio della professione. Ho chiesto perché non ci  fosse Mino Pecorelli. Le risposte sono state vaghe. Bisognerà pretendere che ciò che i tribunali e la storia hanno affermato con forza venga riconosciuto anche dall’Ordine a cui Pecorelli apparteneva. E  proporrò una borsa di studio a suo nome perché è importante che la sua figura non venga dimenticata».

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