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La storia dei ‘piccoli disgraziati sanniti’

Ovvero quando i bambini molisani, e non solo, erano “venduti” per miseria ed erano la vergogna d’Italia


di Nicola Paolino

Quella che vado a raccontare è una storia sconosciuta ai più. È, senza dubbio, la pagina più drammatica dell’emigrazione molisana. Vide per protagonisti tantissimi bambini provenienti dal Circondario di Isernia, specificatamente dalla valle del Volturno e da San Polo Matese, territori accomunati dalla tradizione della zampogna. L’ho ricostruita sulla base di documenti conservati negli archivi che ci raccontano della “vendita” , da parte dei genitori, dei propri figli a quelli che venivano definiti “padroni”.

La scomparsa, il rapimento, lo sfruttamento, il maltrattamento e la morte accompagneranno per diversi decenni questa vicenda dimenticata. Era il 12 settembre 1885 quando, in un lungo articolo di fondo sul Corriere della Sera, viene affrontato un argomento molto sensibile per le elite dell’epoca: quale ruolo e quale immagine per l’Italia a pochi anni dall’unificazione. Il contenuto dell’articolo ci riguarda in quanto viene ripresa una lettera inviata alla Rassegna da Raffaele De Cesare intitolata “La morale dell’esposizione di Anversa”. Per il Corriere “ha toccato di quel disgustoso spettacolo che dappertutto all’estero, e anche nell’Olanda e nel Belgio, offrono quei poveri sciagurati fanciulli che vanno attorno rompendo gli orecchi e le tasche al pubblico col canto delle canzonette e col suono di qualche organetto.” Purtroppo per quei ragazzi, le loro miserabili storie si scontravano con la “Storia”. Si svolgeva in quell’anno ad Anversa l’Esposizione Universale che avrebbe visto tra i suoi padiglioni oltre 4 milioni di visitatori: una manna per chi viveva di accattonaggio. Allo stesso tempo le Esposizioni erano il luogo in cui mostrare i progressi scientifici ed economici delle nazioni.

tratta dei fanciulli 2Ecco, i nostri emigranti girovaghi erano lo spettacolo più visibile che l’Italia dava di sé durante l’anno nelle principali città del mondo, vanificando buona parte della retorica nazionalista. Riprendendo la lettera alla Rassegna il Corriere prosegue: ”È nel Belgio, che è il paese più ricco d’Europa e in Olanda, che, dopo l’Inghilterra, è il paese più commerciale del vecchio mondo, che si sarebbe continuato a giudicare l’Italia e gli italiani dallo spettacolo degradante che danno in quei paesi tribù intere di piccoli pezzenti, maschi e femmine che nelle birrerie e nei trattori affollatissimi suonano l’organetto, e che interrogati dagli astanti e da noi stessi di qual paese fossero, vi rispondono: “Di Roma”. E invece sono nativi del Molise, di quella derelitta provincia di Campobasso, che dà il maggior contingente alla peggiore emigrazione, che vive di accattonaggio o peggio. I soli poveri che io abbia incontrato in due mesi circa di dimora nel Belgio, sono stati questi piccoli e disgraziati sanniti, prigionieri di avidi menrcanti, ai quali furono venduti da genitori disumani, e la cui vita è una pagina di pianto e di vergogna. Ne ho incontrati a Ostenda sulla diga, a Bruxelles, a Gand, a Liegi e in ogni grande città del Belgio; ne ho incontrati a Rotterdam, a Amsterdam, all’Aja e sulla spiaggia di Scheveningen, dappertutto noti come “i piccoli italiani” o “i piccoli romani”. In realtà i girovaghi italiani (arpisti lucani, zampognari e suonatori molisani e ciociari, birbanti chiavarini, espositori di animali, commedianti e commercianti di inchiostro dalle province di Genova, La Spezia, Parma e Piacenza, figurinai lucchesi) erano un mondo molto variegato che si distribuiva lungo tutto l’Appennino. Una cosa però li accomunava: provenivano tutti da quel mondo contadino in cui il “disagio di vivere”, così come descritto in un bellissimo libro di Costantino Felice, li spingeva costantemente ad individuare forme integrative del reddito. Si potevano ottenere attraverso lavori che venivano definiti, alternativamente, produttivi o improduttivi secondo la morale del lavoro dell’epoca.

Quello dei girovaghi era, per definizione, del secondo tipo. Già prima dell’Unità d’Italia, emigrando clandestinamente, i suonatori di zampogne e ciaramelle avevano raggiunto dapprima i medi e grandi centri urbani italiani per poi andare all’estero. E’ dopo il 1860 che diventano un problema. Come detto prima, la nascente nazione italiana voleva dare una nuova immagine di sé nel mondo. Purtroppo, l’unica immagine conosciuta era la moltitudine di bambini che mendicavano al suono dei loro strumenti per le strade di Londra, Parigi, New York e in tante altre città. Non solo chiedevano l’elemosina ma, spesso, erano soggetti a maltrattamenti. Notizie di questo tipo erano riportate con enfasi dalla stampa e vanificavano gli sforzi del Governo italiano tesi a migliorare la percezione del nuovo stato. Nel solo 1867, a Parigi, in occasione dell’esposizione universale, furono individuati 1.500 bambini e 150 padroni. La maggior parte di essi provenivano da San Biagio Saracinisco, comune nelle immediate vicinanze di Filignano. Avevano con sé sia propri figli sia ragazzi che venivano “ceduti” dalle famiglie ad incettatori che battevano campagne e paesi alla ricerca delle famiglie più povere.

Spesso si trattava di madri vedove che di fronte alle estreme difficoltà si vedevano costrette ad affidare i loro figli a personaggi sui quali non avrebbero avuto più alcun controllo. Si stilava un contratto in cui erano descritti gli obblighi dei “padroni” e dei ragazzi con tanto di penali. Veniva specificato l’impegno a non maltrattare i minori e i compensi che venivano riconosciuti alla famiglia. Avere una o due bocche in meno da sfamare per una madre allo stremo era un grande risultato economico ad un costo umano e sociale altissimo. Una volta partiti, non vi era alcuna possibilità di controllo. Dopo lo scandalo parigino, sei anni dopo, fu approvata una legge che vietava l’utilizzo di minori in professioni girovaghe. Non era una legge a difesa e a garanzia del lavoro dei ragazzi che continuavano a lavorare negli opifici, nelle solfatare o nei campi. Semplicemente mirava a stroncare il “turpe commercio”. Ed è proprio grazie a questa legge e ai processi che si celebrarono presso il Tribunale di Isernia che noi oggi possiamo dare uno sguardo all’interno dell’”emigrazione immorale” che avveniva nel Molise.

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