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Migranti maltrattati: l’educatore tentò di uccidere la titolare dei centri d’accoglienza

L’uomo, finito anche in cella, non può avvicinarsi alla  donna, a capo delle strutture dove sarebbero avvenute le violenze, minacciata anche di morte. I due, oltre al rapporto professionale, avevano una relazione sentimentale


CAMPOBASSO. Cinque episodi di maltrattamento ai danni di altrettanti ospiti delle due strutture di accoglienza situate in provincia di Campobasso e finite nel mirino degli inquirenti.

Nei guai, per le presunte violenze, due persone: la titolare e un educatore che, in questa storia perversa, sono – sotto il profilo giudiziario – dalla stessa parte mentre, nei fatti, sono distanti anni luce.

Vittima e carnefice sono seduti accanto, entrambi accusati dei maltrattamenti che avrebbero subito i cinque ragazzi ospiti dei centri di accoglienza fino al settembre del 2017. Una perché titolare delle strutture, l’altro perché materialmente autore delle violenze.

Ma lui ha sfogato la sua violenza anche su di lei, l’ha mandata in ospedale, si è fatto mesi di carcere e un periodo altrettanto lungo in una struttura riabilitativa. E una volta uscito l’ha cercata, trovata e accoltellata. Oggi è sottoposto ad un provvedimento che gli vieta di avvicinarsi a quella donna e ai suoi figli i cui termini sono in scadenza.

Ha minacciato di ucciderla. E lei, adesso, combatte anche con la paura di trovarselo nuovamente davanti, con il suo carico di rabbia, odio e violenza.

Due storie che sembrano viaggiare su uno stesso binario, ma invece sono parallele. Accumunate da un solo particolare, non di poco conto. La violenza, che lui sfogava sui cinque migranti e sulla donna che diceva di amare.

LE VIOLENZE NEI CENTRI DI ACCOGLIENZA. La prima storia, quella ugualmente terribile che coinvolge gli ospiti delle due strutture di accoglienza ormai chiuse. Sul banco degli imputati lei, la titolare dei due centri e lui, l’educatore che vi lavorava, accusati dei presunti (al momento) maltrattamenti ai danni di 5 ragazzi – botte, schiaffi, calci e parole grosse – che avrebbero raccontato alle forze dell’ordine, spiegando come quell’educatore così violento, a causa della sua stazza, avesse sempre la meglio. La donna, titolare delle due strutture, è coinvolta nel procedimento giudiziario in forza del suo ruolo. E, come spiega l’avvocato Fabio Milano che la difende anche in questo procedimento, di questa storia era assolutamente all’oscuro. I fatti contestati si sarebbero svolti nel periodo compreso tra la prima metà del 2016 e il settembre del 2017. Nessuno degli altri educatori avrebbe mai raccontato alla responsabile dei due centri del clima di terrore che l’uomo aveva instaurato. I In quelle strutture sono stati accolti fino a 95 ragazzi. E di questi, in cinque hanno raccontato le violenze subite da quell’educatore al quale fremevano troppo spesso le mani. Hanno anche raccontato agli inquirenti l’attenzione che veniva riservata loro dalla titolare e dagli altri educatori, la cura e l’affetto che hanno ricevuto.

LE VIOLENZE SULLA DONNA. Al momento dell’apertura dei due centri, la donna ha contrattualizzato gli educatori fra i quali anche l’uomo, finito sul banco degli imputati con lei. Un rapporto di lavoro diventato, nel tempo, un rapporto sentimentale. Fino all’estate del 2017 quando la donna ha scoperto le violenze che l’uomo riservava ad alcuni degli ospiti (al tempo dei fatti, le due strutture potevano accogliere, complessivamente, fino ad un massimo di 32 persone).  Ha anche raccontato agli inquirenti che, quando ha chiesto chiarimenti, per tutta risposta ha ricevuto due sberle. Che poi sono diventate pugni e calci. Alla prima reazione di paura, è seguito il coraggio della denuncia. E di lì è iniziato il calvario che non vede la fine.

L’educatore dai modi violenti viene allontanato dalla struttura, i colleghi raccontano di avere paura di quell’uomo, motivo per il quale sono rimasti in silenzio. Ma la violenza dell’uomo cambia destinatario e lei, la sua datrice di lavoro e la sua compagna di vita, diventa il suo sfogo. Botte e minacce, al punto che l’unica via di salvezza diventa l’arresto. L’uomo viene condannato, trascorre qualche mese in carcere e poi altrettanti in una struttura di riabilitazione.

Ma quando torna libero, la cerca ancora. E la trova. Altre botte e minacce. Dopo il naso rotto e gli occhi pesti arriva anche una coltellata ad una gamba. Miracolosamente lei si salva. Lo arrestano di nuovo, attualmente è sottoposto ad un provvedimento restrittivo i cui termini stanno per scadere. E le minacce che le ha urlato in faccia si fanno sempre più concrete.

“Ti ammazzo, ti trovo e ti ammazzo” le ha detto.  Il commento dell’avvocato Fabio Milano, che come detto assiste la donna, racchiude il dramma che questa donna, assieme ai figli, vive da quasi due anni. “E’ l’altra vera vittima di questa terribile vicenda, per le ripercussioni fisiche e psicologiche, quelle subite sul lavoro, negli affetti, nella vita privata”.

lusa

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