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Marcinelle, quei corpi non identificati. La battaglia di Michele Cicora per portare il padre in Molise

 

Lo ha detto il figlio di una delle 7 vittime molisane di una delle più grandi tragedie della storia del lavoro e dell’emigrazione italiana, oggi, nella celebrazione in Belgio. L’appello al ministro degli Esteri Moavero Milanesi, che passa dalla prova del Dna


CAMPOBASSO. Riportare in Molise, a San Giuliano di Puglia, il corpo del padre. Seppellito, da 63 anni, in una delle 17 tombe senza nome del cimitero di Marcinelle.

Michele Cicora non si arrende e oggi, come ogni anno, da Londra, dove insegna italiano in una scuola prestigiosa, si è recato a Marcinelle. Per partecipare alla commemorazione di una delle più grandi tragedie del lavoro e dell’emigrazione italiana nel mondo. La tragedia nella quale, l’8 agosto del 1956, nella miniera del Bois du Cazier, morirono 262 minatori, di cui 136 italiani e 7 molisani.

Tra loro c’era anche Francesco Cicora, 48 anni. Suo figlio Michele all’epoca aveva 4 anni, oggi ne ha 67. Ma continua a portare avanti la sua battaglia.

“L’ho detto al ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi quando l’ho incontrato – ha detto Michele Cicora, intervistato da Adnkronos/Labitalia – l’Europa è nata qui, 1.000 mt sotto terra, dove a lavorare e a morire c’erano uomini di 12 nazioni diverse”.

“Nelle ultime due lettere che aveva mandato alla mamma, papà aveva scritto che avrebbe lavorato ancora qualche mese, giusto il tempo per recuperare i soldi che gli erano serviti per pagare il viaggio a uno dei miei fratelli che, appena 17enne, era emigrato in Venezuela. Purtroppo, non ce l’ha fatta. All’epoca – ha aggiunto – abitavamo a San Giuliano di Puglia, eravamo 7 fratelli e, per quanto anche allora se ne facesse un gran parlare, nessuno ci ha aiutato. Il fatto di essere orfani di vittime del lavoro avrebbe dovuto darci una qualche priorità nei concorsi, ma nessun aiuto ci è mai arrivato, sotto nessuna forma”.

Suo padre non è tornato a casa, come le altre vittime della tragedia. Giace in un perimetro del cimitero di Bois du Cazier, in una tomba comune: 17 corpi non identificati. C’è scritto ‘Inconnus’, sconosciuti, perché non sono stati ufficialmente identificati. Dodici di loro sono italiani, 5 di altri Paesi. Cicora ha chiesto la prova del Dna, per identificare i resti del padre e riportarlo in Molise.

“Anche oggi – le sue partole – ho chiesto alla viceministra per gli Affari esteri, Emanuela Claudia Del Re, presente alla cerimonia di commemorazione in rappresentanza del Governo italiano, di avviare quanto necessario per dare un nome e una degna sepoltura a quei resti, tra cui ci sono quelli di mio padre. Da parte del Governo belga, ho già trovato una certa disponibilità. Mi appoggiano il direttore del Museo di Bois du Cazier, Jean Louis De Laet, e tutta la direzione, che già hanno contattato un’agenzia specializzata in ricerche di Dna e un’agenzia di onoranze funebri, che dovrebbe riesumare e poi ritumulare i resti. Manca un’ultima approvazione del ministro belga della Giustizia”.

Intoppi burocratici, che non fermano Michele Cicora. “Ho giurato sulla tomba di mio padre – ha concluso – che avrei fatto di tutto per restituire un nome e una dignità e andrò avanti”. In una battaglia di amore filiale, che non si ferma davanti al tempo che passa. 

C.S.

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