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Coronavirus, la scoperta del fattore ‘K’ e l’importanza delle tre ‘T’ per combatterlo

Uno studio recente si è occupato del valore che descrive quanto una malattia si aggrega nei cluster. Se è basso vuol dire che la trasmissione viene da un piccolo gruppo di persone


Testare, tracciare e trattare: anche l’Oms caldeggia la strategia delle tre ‘T’ che, se applicata, con efficacia basterebbe a spegnere sul nascere i piccoli gruppi di infezione che rischiano di far nascere pericolosi focolai di coronavirus. Come riporta il Corriere della Sera, tale approccio potrebbe essere particolarmente efficace con questo virus per le caratteristiche epidemiologiche del SARS-CoV-2 che mostra come una piccola percentuale di persone è responsabile di una grande quantità di infezioni, ma molti non contagiano affatto.

LO STUDIO. Parla di questa caratteristica un articolo appena pubblicato su Science dal corrispondente tedesco Kai Kupferschmidt. La scoperta di questa preferenza – si spiega nel pezzo online – è incoraggiante, perché suggerisce agli esperti i luoghi che potrebbero essere monitorati più strettamente e quelli in cui le restrizioni potrebbero essere allentate (ad esempio quelli all’aperto). Il tutto sta nell’arrivare per tempo, prevedendo prima il fattore di rischio legato ad alcune situazioni. Questo parametro – scrive Kai Kupferschmidt – spiegherebbe alcuni aspetti della pandemia in corso, incluso il motivo per cui il virus non si è sparso subito in tutto il mondo dopo la Cina e come mai alcuni casi molto precoci fuori dall’Hubei non hanno scatenato subito focolai più ampi. ‘Semplicemente’ nella vita reale alcune persone ne infettano molte e altre non infettano nessuno.

K IL FATTORE DI DISPERSIONE. In questo caso possiamo parlare di un’oscillazione nel famoso valore di Ro (il tasso di contagiosità del virus): si dice che senza distanziamento sociale questo numero di riproduzione per il Covid-19 sia uguale a poco più di 2. Più comunemente Ro sarà uguale a 0 perché molti soggetti non trasmettono affatto il virus. Ecco perché – si legge su Science – oltre a Ro, gli scienziati usano un valore chiamato “fattore di dispersione” (k), che descrive quanto una malattia si aggrega in gruppi-grappoli-accumuli, detti in inglese “cluster”. Più basso è il k, più la trasmissione viene da un piccolo numero di persone. Nella SARS, in cui i super diffusori hanno svolto un importante ruolo, k era a 0,16. Il k stimato per MERS era di circa 0,25. Nella pandemia di influenza del 1918, al contrario, il valore era circa uno, perché i cluster avevano un ruolo minore. Le stime di k per SARS-CoV-2 variano, ma sembrerebbero dare a k un valore leggermente più alto che per SARS e MERS. Probabilmente circa il 10% dei casi porta all’80% della diffusione, con k uguale a 0,1. Ci sono molti cluster concentrati, in cui una piccola percentuale di persone è responsabile di una grande percentuale di infezioni. Se k fosse davvero 0,1 vuol dire che la maggior parte delle catene di infezione si estinguono da sole e il virus SARS-CoV-2 deve essere introdotto in un nuovo Paese almeno quattro volte per avere una probabilità uniforme di affermarsi. Quindi come prevedere la formazione di cluster che possono dare origine ai pericolosi focolai?

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