I ricercatori a tempo indeterminato stanno diventando i “panda delle università”, una categoria sempre più a rischio di estinzione da quando nel 2010 è andata in vigore la riforma Gelmini, che ha portato a una profonda precarietà nel mondo della ricerca e due miliardi di tagli. In tutto questo il premier Conte, nel corso degli Stati generali dell’Economia, ha annunciato che l’Italia ambisce a diventare uno dei primi paese al mondo che investono di più in ricerca, ma la realtà racconta tutt’altro: un settore strategico per il futuro oggi è retto per lo più da ricercatori precari che a prezzo di pesanti rinunce, riescono comunque ad ottenere risultati di portata internazionale


A febbraio la Flc Cgil aveva lanciato l’allarme chiedendo un piano straordinario di reclutamento da 20 mila assunzioni in quattro anni. Il Decreto Rilancio di maggio ha previsto un 1 miliardo e 400 mila euro con uno stanziamento straordinario per l’assunzione di 4.940 ricercatori RTDb dal 2021 da diluire in due anni (ma 1.600 posti erano già finanziati nel Milleproroghe del 31 dicembre 2019). Ma. Come spiega il quotidiano “La Stampa”, dal 2010, quando sono iniziati i tagli dell’era Gelmini, si sono persi 16mila docenti strutturati e altri 12mila se ne perderanno nei prossimi cinque anni per effetto dei prepensionamenti. Vuol dire far andare avanti le università con oltre 23mila docenti strutturati in meno e una percentuale di precari che aumenta di anno in anno. Oltretutto i fondi straordinari stanziati nel Decreto rilancio possono essere utilizzati anche per altre finalità, denunciano i precari della piattaforma Unicovid 2020 in una lettera aperta al ministro Manfredi.

Una realtà drammatica che cozza con l’annuncio fatto ieri dal Premier Giuseppe Conte nel corso degli Stati generali dell’economia: “Essere in prima linea nella ricerca sui vaccini” ha promesso il presidente del Consiglio. “Vogliamo diventare tra i paesi che investono di più in ricerca”, ha confermato il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri.

Ma ancora c’è tanta strada da fare. Il sistema universitario italiano, ricorda ancora “La Stampa”, si basa solidamente sui precari, una grande beffa su cui non sembra esserci alcuna inversione di tendenza. Una parte dei ricercatori ha deciso di combattere una battaglia per chiedere altre stabilizzazioni e per la separazione delle carriere: da una parte chi insegna, dall’altra chi fa ricerca.

In base ai dati Ustat del ministero dell’Università la ricerca è svolta nell’82% dei casi da precari, cioè assegnisti, cococo, borsisti, specialisti. Soltanto nel 18% la ricerca è svolta da persone assunte a tempo indeterminato, i ricercatori che appartengono alla categoria RTDb, ricercatori a tempo determinato di tipo b. Tra questi precari il 94% ha contratti atipici, quindi lavora senza tutela e con stipendi medi di circa 1500 euro al mese.

Il 23% dei ricercatori svolge ufficialmente anche didattica oltre alla ricerca. 

Al di là delle statistiche ufficiali, nella realtà sono molti di più, aiutano i professori a svolgere seminari, corsi di laboratorio e spesso a svolgere mansioni da tuttofare che con la ricerca non hanno molto a che vedere. In ogni caso i ricercatori sono tenuti a svolgere un minimo di 60 ore di didattica per prepararsi a diventare professori, però in base a quanto riporta il rapporto biennale Anvur del 2018 sullo stato del sistema universitario le ore di didattica che i ricercatori svolgono sono le stesse di quelle di un professore di fascia superiore, ma senza le tutele e lo stipendio.
In questo scenario si inserisce l’iniziativa portata avanti dal Comitato Precari Ricercatori Universitari per la separazione delle carriere. “Chiediamo la definizione dello “specialista della ricerca”, una figura avanzata e permanente indirizzata, quasi esclusivamente, ad attività di ricerca indipendente”, spiegano nel loro progetto di riforma su cui si stanno confrontando in queste settimane.

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