HomeNotizieCULTURA & SPETTACOLIQuando a Isernia, per la 'Spagnola', raccoglievano i morti con un carretto

Quando a Isernia, per la ‘Spagnola’, raccoglievano i morti con un carretto

di Nicolino Paolino

Isernia, un giorno qualsiasi tra la fine di settembre ed i primi giorni di ottobre 1918.

Quasi tutte le mattine, con macabra costanza, si udiva un lugubre scampanellio. Avvisava del passaggio di un carretto pronto a raccogliere i morti del giorno prima. All’improvviso, all’inizio di settembre, anche ad Isernia si era presentata quella peste moderna che chiamavano il Grippe. Oggi la conosciamo come influenza spagnola di cui quasi nulla si sapeva e di cui molto poco si saprà sia in termini scientifici sia in termini di ricordi. Infatti, si è trattato di uno di quei rari casi della storia che sembrano accaduti “altrove” perdendone la memoria. Si manifestava, come scrisse un medico americano in una lettera ritrovata sessant’anni dopo, “come una comune influenza, ma quando il paziente entrava in ospedale immediatamente peggiorava a causa di una polmonite acuta, compariva la cianosi, in poco tempo si manifestava dispnea acuta e l’exitus sopraggiungeva per soffocamento[1].

Le testimonianze qui ad Isernia e nel Molise sono rarissime e tra queste quella della signora Carmela Melfi che narra di questo carretto che raccoglieva i 6/7, ma anche 8 morti al giorno che si avevano con tragica puntualità. I cadaveri, prima di essere caricati, venivano avvolti in lenzuoli come sacchi e subito dopo li cospargevano con la calce pensando di limitare le infezioni. Da lì, dal dedalo di vicoli, si avviavano verso il cimitero. Non sappiamo se venissero sepolti in fosse comuni o se gli venisse dato fuoco. Secondo quanto raccontato dalla madre di una delle rare testimoni indirette, caricavano sul carretto anche persone moribonde nel tentativo di liberarsi del malato. Se ciò corrispondesse a verità non lo sapremo mai, ma è certo che anche nei rari racconti veniva fuori tutta la drammaticità di quei giorni. La signora Maria Lubrano, riportando ciò che le raccontava la madre, affermava che “z’evane fenute re tavute” (erano finite le bare).

Era facile che la cosa accadesse: tra gennaio e agosto, infatti, ad Isernia erano morte per varie cause 126 persone, in media 15 al mese. Non erano le sole: bisognava aggiungere al conto, per capire lo stato di prostrazione della cittadinanza e di abbattimento dello “spirito pubblico”, altri 102 deceduti, tutti giovani che erano stati spazzati via nel corso del primo conflitto mondiale in atto. A quei tempi e fino alla metà degli anni Sessanta le bare venivano costruite in loco dai tanti falegnami che popolavano Isernia. Era un lavoro lungo e complesso e ben presto fu chiaro che non si poteva stare dietro a quelle misteriose morti che solo dal 3 al 10 settembre 1918 furono 11. Tanto che il giorno 14 di quello stesso mese si raggiungeva il numero di morti di un mese in media. Era evidente che qualcosa stava succedendo: il 70%, 9 su 14, aveva meno di nove anni. Le cronache di quei giorni, nel Molise, sono quasi impossibili da trovare. Sappiamo però da La Riscossa del 25 settembre 1918, che veniva stampato ad Isernia, che quella sventura non risparmiava nessuno. Erano i tempi in cui l’igiene era un problema serio e vivere in ambienti “civili” spesso faceva la differenza; ma non con la “grippe”. Si leggeva, infatti, nella rubrica di necrologi intitolata “Cronaca triste”, che “Il Cav. Gaetano D’Onofrio, Sostituto Segretario della Reale Procura presso il nostro Tribunale, ha avuto la straziante sventura di perdere una figliuola di nove anni per nome Giuseppina che era la consolazione della famiglia…” e poco dopo “ Il Capitano dei Reali Carabinieri, signor Tommaso Lo Savio, comandante la compagnia di stanza in Isernia ha avuto l’immane disgrazia di perdere in 24 ore due amatissimi figliuoli il primo di nove anni per nome Eugenio e la seconda di 18 mesi per nome Elena. Vadano a lui ed alla sua signora ed ai parenti accorsi qui per la grave sciagura i sensi della nostra viva e profonda solidarietà per l’immane sciagura.

Oltre ai bambini, il resto di quei primi morti erano contadini. Molto probabilmente, il primo focolaio dell’epidemia si ebbe in Vico Adolfi, alle spalle della piazza Concezione. Sui primi 22 casi 4 si verificarono in quello stretto budello largo meno di un metro e mezzo e non più lungo di 20. Si può immaginare quali fossero le condizioni di vita in un ambiente caratterizzato da sovraffollamento, miseria, sudiciume e promiscuità tra uomini ed animali. Col passare dei giorni la situazione si aggravava sempre di più. Mancavano soprattutto i medici, la gran parte dei quali era stata chiamata al fronte come il Medico Condotto di Isernia. Sappiamo ciò da un verbale redatto nel Consiglio comunale del 28 novembre 1918 per l’approvazione delle spese affrontate durante l’epidemia influenzale. Tali spese corrispondevano alla parte di stipendio non versato al medico partito militare. Tra i mesi di settembre e ottobre, solo il 9 settembre non si ebbero decessi. Per il resto, suddividendo quel periodo in decadi si ebbero 10 morti nella prima, 22 nella seconda, 46 nella terza, 60 nella quarta, 28 nella quinta, 24 nella sesta. Si dovette aspettare il mese di dicembre per vedere un brusco calo dei contagi destinati a spegnersi all’inizio del 1919. Si stavano svolgendo, in contemporanea, due eventi che avrebbero cambiato il corso della storia. Tale fatto contribuì a quella strana sensazione che circonda le vicende della “Spagnola”: sembra che quell’epidemia abbia riguardato “altri” e non noi. Eppure, non era mai esistito un evento più grave che avesse colpito la comunità isernina.

La censura militare dell’epoca di sicuro aveva contribuito a tale percezione distorta. Tornando ai fatti, tra il 21 di settembre ed il 10 di ottobre vi furono 106 morti. Grande doveva essere lo smarrimento soprattutto perché si modificava l’antica contabilità della morte. Bisognava tener conto che la malattia colpiva soprattutto i giovani, e tale fattore si accompagnava all’elevata mortalità infantile che caratterizzava i nostri territori. Ad Isernia, nei primi 8 mesi del 1918 la mortalità dei più piccoli, fino a 10 anni, era il 37% del totale. Tale percentuale non si modificò, sostanzialmente, nel corso dell’epidemia, solo cambiarono i valori assoluti: da 47, nei primi 8 mesi, a 85 nei mesi di settembre, ottobre e novembre. Nelle fasce di età successive e comprese tra gli 11 e i 30 anni nei mesi di settembre, ottobre e novembre, si ebbero 65 decessi notevolmente superiori a quelli delle classi successive. Morirono 38 giovani tra 16 e 25 anni contro 22 oltre i 60 anni. Altra cosa che colpisce analizzando i dati è la cosiddetta supermortalità femminile. In tutte le classi di età analizzate, il numero delle donne morte è sempre superiore a quello degli uomini.

Se tale dato trova una giustificazione nelle classi di età centrali (tra i 20 e i 40 anni per esempio), che vedevano la gran parte degli uomini al fronte, non trova spiegazioni nelle altre. Era ed è uno dei tanti misteri che ancora accompagnano un avvenimento epocale che nella percezione collettiva rappresentò la prima grande sconfitta della scienza medica dopo un cinquantennio di eccezionali scoperte. Non dimentichiamo l’introduzione dei vaccini che fecero così tanto per il progresso dell’umanità. Si era creata negli ambienti che avevano accesso a giornali e libri “un’aspettativa” che, se pur in un quadro assistenziale profondamente diverso dal nostro, lasciava intravvedere futuri e continui successi in campo medico.

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