Uscito da poco per Albatros Edizioni, la vicenda si svolge a Roccavento, piccolo borgo dell’Appennino


ISERNIA. ‘Misteriose luci lontane’ è il romanzo di Andrea Rossi uscito da poco per Albatros Edizioni. La vicenda si svolge in un arco temporale relativamente breve, dal 20 maggio al 30 giugno, tra Roma e un piccolo borgo dell’Appennino, Roccavento, così tanto simile ai luoghi in cui l’autore è nato.

L’autore, infatti, è isernino. Ha frequentato il liceo artistico del capoluogo pentro per poi dedicarsi alla biologia. Le sue origini e i 32 anni vissuti in Molise possono essere ritrovati non solo nelle ambientazioni della narrazione ma anche nei dialoghi, spesso fitti, che riportano situazioni e fenomeni tipici – serate al pub, godimento della compagnia dei coetanei, discorsi profondi e leggeri per vincere la noia… – del tempo che Andrea Rossi vive e ha vissuto negli anni precedenti.

L’evento scatenante, oscuro e sorprendente, avviene nella capitale e la “fuga” nei territori impervi e altomontani, nella socialità così diversa da quella cittadina, pur nelle similitudini imposte dalla globalizzazione, sembra risolutiva. Le peripezie sembrano allontanare il protagonista da quanto vissuto a Roma. Ma qui bisogna fermarsi per non ‘spoilerare’…

Andrea Rossi dimostra un’ottima capacità di gestire trama e personaggi e di evidenziare le modalità di quei fenomeni sociali – incontri e solitudini – così peculiari alla vita dei giovani della nostra terra. Il vuoto delle parole e la profondità delle anime, il deserto delle viuzze dei nostri paesi e l’energia delle giovani generazioni che potrebbero far rivivere il territorio; la necessità di andare altrove per realizzarsi dei ragazzi belli e intelligenti che si formano nelle nostre scuole e nella nostra università.

Le descrizioni di alcuni luoghi, facili da riconoscere per chi è nato in Molise, sembrano acquerelli o tavole ad inchiostro – ricordate Umberto Taccola? – dipinte da un viaggiatore attento ai particolari e alle emozioni del suo cuore: “Alcune sagome delle case più arroccate sbucarono dalle nubi disperse dalle folate. Le tonalità d’arancio delle tegole sui tetti spiccavano nel bianco dei fitti nembi, ma ciò che risaltava maggiormente era la pallida torre campanaria, la quale svettava addossata ad una robusta chiesa, entrambe poste all’apice della sommità del paese”.

Giovanni Petta

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