Le somministrazioni dei farmaci disponibili procedono a rilento, con grandi differenze da Regione a Regione. Il Piemonte ha garantito 114 prestazioni, la Campania 90, poi Marche (86) e Liguria (80), la Sicilia (63) fino al Molise (5). Con una media di 100 al giorno, il totale nazionale per ora non arriva a duemila e le dosi acquistate rischiano di restare nei frigo


CAMPOBASSO. A fronte di una elevata aspettativa finora la terapia relativa alla somministrazione degli anticorpi monoclonali, definita rivoluzionaria in relazione alla capacità di abbattere fino al 70% il rischio di ospedalizzazione e di morte da Covid, nelle regioni non sta dando risultati sperati.

Delle complessive 150mila dosi in via di distribuzione a livello centrale, il Molise finora ne ha ricevute 50 e un mese ne ha somministrate soltanto 5; numeri risicati che confermano il fatto che questo tipo di terapia, molto costosa ma altrettanto utile, ad oggi non è ancora decollata. Tra le Regioni corrono soltanto il Veneto con 372 dosi e il Lazio con 282. Nel frattemp le prime 38 mila dosi acquistate, anziché curare i malati, rischiano di restare nei frigo.

Questo dicono i dati del monitoraggio Aifa sui “Centri abilitati mAb Covid-19”, le strutture sanitarie autorizzate al trattamento dall’inizio di marzo.

Per quanto limitata a un mese scarso, la serie storica dai dati sul consumo indica che finora le Regioni hanno utilizzato un quantitativo minimo rispetto ai farmaci distribuiti: meno del 5%. Il tutto, come ricorda il Fatto Quotidiano, a tre mesi dall’autorizzazione in emergenza firmata dal ministro Roberto Speranza, di fronte ai numeri crescenti dei ricoveri di pazienti Covid nelle terapie intensive.

La campagna è partita ai primi di marzo, quando l’Italia ha acquistato le prime 40 mila dosi. Il generale Francesco Paolo Figliuolo, appena insediato, aveva annunciato l’acquisto di complessive 150 mila dosi. Le somministrazioni di quelle disponibili procedono però a rilento, con grandi differenze da Regione a Regione.

Il Piemonte ha garantito 114 prestazioni, la Campania 90, poi Marche (86) e Liguria (80), la Sicilia (63) fino al Molise (5). Con una media di 100 al giorno, il totale nazionale per ora non arriva a duemila. Per somministrare tutte le dosi promesse, a questo ritmo, non basteranno sei anni. Che cosa rallenta l’uso dei monoclonali, unica cura autorizzata al mondo contro il Covid-19?

La questione di fondo, spiega “Il Fatto”, non è più se e quanto funzionino, perché lo si rileva dagli esiti clinici favorevoli laddove sono stati eseguiti trattamenti.

E non è neppure la complessità della loro somministrazione: che siano farmaci ospedalieri da iniettare con fleboclisi in strutture attrezzate, che richiedano un forte collegamento tra ospedale e territorio lo si sapeva da mesi e che sia fattibile lo dimostrano i numeri delle regioni che sono più avanti nella classifica.

Il punto, semmai, è proprio l’incapacità delle altre di mettere a sistema il loro utilizzo. A differenza dei vaccini, infatti, il criterio di ripartizione non è la popolazione ma il fabbisogno terapeutico dei pazienti “eleggibili” al trattamento: persone a rischio con sintomatologia da lieve a moderata, precocemente diagnosticata, che vanno individuati, inseriti nel protocollo sanitario e avviati ai centri per la somministrazione. I dati di Aifa dicono però che su 368 centri abilitati al trattamento solo un terzo (120) finora ha effettivamente prescritto una terapia anticorpale.

Teoricamente le dosi dovrebbero essere assegnate in base all’andamento dei contagi e alla capacità di usarle messa in campo dalle regioni. Il monitoraggio sull’incidenza e sul consumo evidenzia come il secondo aspetto sia a dir poco preminente sul primo. L’Emilia-Romagna, ad esempio, ha trattato solo 21 pazienti, vale a dire sei volte meno del Piemonte che ha la metà dei positivi e dei malati in isolamento. Va anche detto che proprio la Regione di Stefano Bonaccini è però suscettibile di un rapido scatto: è l’unica ad aver stilato un protocollo per la somministrazione domiciliare, cioè direttamente a casa del malato, che potrebbe cambiare le cose. Sempre che altre regioni la seguano.

Lo scarso quantitativo di dosi disponibili, unito al ritardo delle regioni nell’usarli, costringe l’Agenzia del Farmaco a limitarne il consumo a scapito di quelle che viaggiano invece spedite coi trattamenti e da giorni fanno pressione, comprensibilmente, per avere più farmaci di quelli assegnati.

Le dosi vengono distribuite direttamente dai produttori ai centri autorizzati, ma in quantità contingentate per evitare che le regioni rimaste indietro, una volta andate a regime, restino senza. Questa “politica del rubinetto” però, fatalmente, rallenta tutta la macchina: nell’ultima settimana le prescrizioni nazionali sono aumentate ma di appena 80 dosi (da 567 a 647) e in sette Regioni sono addirittura calate: l’Umbria, ad esempio, è passata da 17 a 10, il Veneto ne ha fatte 17 meno della settimana precedente. Tutto questo appare già poco comprensibile ai medici. Inaccettabile ai malati cui le dosi negate potrebbero salvare la vita. Se solo non rimanessero nei frigo.

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