Il raddoppio della linea ferroviaria ottiene il via libero del Ministero ma con pesanti prescrizioni a tutela dell’ecosistema. In Puglia si pensa al ricorso al Tar


TERMOLI. Dovranno rallentare la velocità per non danneggiare la fauna selvatica, in particolare uccelli come il fratino e la ghiandaia marina, i treni in transito lungo la linea adriatica Pescara-Bari, il cui raddoppio ha ricevuto il via libera dal ministero della Transizione Ecologica nei giorni scorsi.

Un lasciapassare condizionato tuttavia da oltre cento pagine di prescrizioni, come spiega un articolo del ‘Corriere della Sera’ di oggi, a firma di Claudio Del Frate. In alcuni tratti del lotto tra Termoli e Lesina, infatti, nidificano uccelli considerati specie a rischio, dunque per limitare l’impatto ambientale il ministero di Cingolani sceglie di far partire un’infrastruttura attesa ormai da decenni col freno a mano tirato. Ma andiamo con ordine.

Il raddoppio della linea ferroviaria Pescara-Bari è un’opera infrastrutturale attesa da 158 anni. Risulta tra le principali infrastrutture sbloccate dal Decreto semplificazioni, presentato l’anno scorso in conferenza stampa dall’ex premier Conte. L’opera – la sola a binario unico dell’intera direttrice adriatica dal 1863, quando fu inaugurata da Vittorio Emanuele III – era stata inserita tra le 13 priorità dell’ex ministro Paola De Micheli per il rilancio del Paese, nell’ambito del piano #Italiaveloce. Tuttavia, la commissione di Valutazione impatto ambientale del ministero dell’Ambiente aveva dato parere negativo alla compatibilità del progetto di Rete Ferroviaria Italiana di raddoppio della linea del secondo e terzo lotto del tratto Termoli-Ripalta. Mentre il ministero delle Infrastrutture sembrava invece aver ignorato il parere e dichiarato chiuso il procedimento, approvando il progetto definitivo.

Una confusione che non ha fatto altro che allungare i tempi. Non solo per questioni di interesse naturalistico: i binari, infatti, a sud del tratto molisano-pugliese corrono a lato di siti popolati da uccelli, anfibi, piccoli mammiferi, ma tagliano anche in due l’abitato di Termoli, dove si discute politicamente della necessitò di installare barriere anti rumore.

Come si legge a pagina 74 del documento di valutazione di impatto ambientale, inviato lo scorso 25 maggio dal ministero della Transizione Ecologica a quello dello Infrastrutture, citato dal ‘Corriere’, “considerato che velocità maggiori sono indubbiamente associate a un maggior rischio di mortalità della fauna selvatica sulle ferrovie, la moderazione della velocità del treno, almeno nei punti critici e durante i periodi di movimento e di attraversamento più elevati (per esempio, nei periodi della migrazione), dovrebbe essere tenuta in considerazione in quanto può contribuire a ridurre la mortalità degli animali, poiché i treni più lenti hanno meno collisioni”.

Prescrizioni ritenute assurde dal consigliere del Pd per la Regione Puglia Fabiano Amati, che ha portato il caso alla luce del sole e minacciato di impugnare tutto al Tar. Compreso il fatto che i treni debbano montare videocamere per monitorare gli “incontri ravvicinati” con gli animali. “Con queste prescrizioni – ha dichiarato – rischiamo di spendere soldi per non ritrovarci con nessun beneficio se i tempi di percorrenza e collegamento tra la Puglia e il resto d’Italia non miglioreranno. Mi sembra un tipo di ambientalismo del tutto ideologico”.

L’articolo del Corriere traccia un’istantanea efficacissima della situazione: “Il raddoppio del tratto tra Termoli e Lesina – scrive Del Frate – era l’ultimo collo di bottiglia lungo l’intero corridoio adriatico, tra Bologna e Taranto: i convogli, anche quelli più veloci, arrivano in Molise e si trovano davanti una tratta a binario unico, fino al Tavoliere. Il tracciato è lo stesso dai tempi dell’unità d’Italia. Nel 2001 il governo Berlusconi inserisce il raddoppio dei binari tra Pescara e Bari nella lista dei cantieri della legge Obiettivo, quelli strategici per il Paese, da realizzare in tempi brevi. Sono passati 20 anni e ancora si muovono le carte anziché le ruspe. E i treni, quando passeranno da qui, dovranno tirare il freno”.

Anche la fondazione ‘L’isola che non c’è’, che si batte per l’arrivo dell’alta velocità al Sud, ha critica pesantemente il parere ministeriale: “Si tratta di prescrizioni mai applicate prima né in Italia né in Europa, che costringeranno Rfi a rivedere radicalmente il progetto. Ci chiediamo se le decisioni non debbano essere rimesse al governo”.

 

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