La storia di un monumento molisano poco conosciuto, con un appello di pace all’insegna dell’arte e della cultura


di Adolfo Francesco Stinziani

RICCIA. Scorrendo gli innumerevoli post che circolano in rete e ricordano il nostro Molise, mi sono imbattuto in un prossimo evento di rilievo, volto alla riscoperta di alcuni beni culturali poco noti e spesso difficili da raggiungere per visitarli. Quest’evento  promosso dalla SIPBC della nostra regione, ha come logo significativo e più che mai attuale lo scudo blu, il simbolo adottato dall’Aja dopo la seconda guerra mondiale per la protezione dei beni culturali dai danni e dalla distruzione in caso di conflitti armati.

Sono fermamente convinto, e l’ho più volte ribadito nei miei articoli, che senza cultura non può esserci futuro, ma nella situazione attuale voglio prendere anche in prestito le parole di un grande artista e filosofo, tra l’altro di origini russe, Nikolaj Konstantinovic Rerich, nativo di San Pietroburgo, che così dicono: 

Dove c’è pace c’è cultura, dove c’è cultura c’è pace.

Quest’uomo dedicò tutta la sua vita alla diffusione di una nuova concezione dell’Arte per cui essa, insieme alla cultura, sono da considerare gli strumenti per l’evoluzione dell’umanità e del pianeta. L’artista autore di oltre settemila opere visse prima in Russia, poi negli U.S.A. e infine in India. Nel 1935 a Washington ventidue Nazioni aderirono al Patto di Pace di Rerich, appoggiando la sua concezione di pace possibile grazie  all’Arte e alla Cultura e nel 1993 il Movimento Mondiale di Pace ha adottato la bandiera dell’artista. E’ un antico simbolo che Rerich rielabora in un vessillo: il cerchio grande simboleggia la Cultura, le tre sfere all’interno sono la Scienza, l’Arte e la Spiritualità, ma l’artista diede un ulteriore significato al grande cerchio come l’eternità del tempo che comprende passato presente e futuro.(foto dell’opera di N. Rerich)

Il Patto di Pace di Rerich è un trattato ancora vigente e dall’inizio dello scorso secolo è parte integrante dell’attuale diritto internazionale. L’artista-filosofo russo ha usato, nel vessillo retto da una Madonna in trono, il colore rosso poiché è il colore del sangue che scorre nelle vene di tutti. Rielaborando la sua concezione di pace affermò che la pace nel mondo non è tout court la cessazione dei conflitti armati o un’alternanza di periodi di guerra e di pace, ma è, e dovrebbe essere, un modus vivendi, un’armonia tra il pianeta e tutti gli esseri viventi, una comunione di sentimenti per pensare e agire pacificamente per creare una pace mondiale.

Dopo questa premessa, che vuole essere innanzitutto un appello di pace in questo delicato e, definirei, senz’altro incredibile periodo storico che stiamo vivendo (tra pandemia e guerra) vi propongo questo mio nuovo scritto. E’ un omaggio al mio Molise e con esso intendo porre all’attenzione del lettore quello che esiste e resiste, talvolta come rudere dimenticato, nel nostro panorama storico-aritistico.

Riccia è il centro  più importante della valle del Fortore, conta circa cinquemila abitanti, sorge a 700 metri s.l.m. e si sviluppa come un anfiteatro su due alture, affacciandosi da uno sperone di roccia su un paesaggio fatto di oliveti, campi di grano e il verde di pinete e boschi di cerri frassini e faggi. Lo stemma dell’antico abitato è un riccio, questo piccolo animale che in maniera davvero suggestiva con i suoi aculei pungenti allontana il nemico. Nello stemma lapideo di Riccia, consunto dal tempo, è riportata l’iscrizione latina UNDIQUE TUTUS.

Il mastio superstite del castello, più volte restaurato, vigila ancora sull’abitato di A Ricc’ o A Terr, come viene chiamata nel dialetto locale. Il suo ingresso porta in tre camere sovrastanti, provviste di piccole finestre quadrangolari, con scale interne a chiocciola, molto interessante è il serbatoio per l’acqua, scavato nella roccia sotto la torre che nella  parte più profonda conserva ancora le carceri con le camere di tortura. Essa costituiva la torre principale del castello, quella di vedetta, considerando anche la sua posizione che domina su tutta la valle, la superstite delle otto originarie, è alta venti metri e ha pianta cilindrica che poggia su una parte inferiore a scarpa. Accanto a questa sorge anche un’altra più piccola , a difesa dell’entrata del castello e del ponte levatoio che è stato ricostruito. Del castello, già di origini normanne,  mancano diverse parti del recinto della fortificazione, ben conservato è il cosiddetto Piano della Corte, col torrione superstite che ho descritto e il palazzo detto “Magazeno”, attualmente sede del Museo delle Arti e delle Tradizioni Popolari. Qui si svolgeva gran parte della storia del feudo di Riccia, legato alla famiglia dei de Capua, e sempre qui nel ‘400 il principe batteva moneta. La Casa della Zecca sorge presso la chiesa della Madonna delle Grazie, è un edificio rinascimentale  divenuto famoso nel XV secolo, quando il re Ladislao di Durazzo di Napoli concesse a varie città del Regno di battere i bolognini. L’antico palazzetto presenta un loggiato di archi a sesto ribassati che poggiano su colonne doriche che, sebbene molto rovinate, conservano ancora a tratti delle metope nel fregio e nei triglifi.

Studi recenti hanno evidenziato che il territorio di Riccia fosse già abitato fin dall’epoca sannita, questo è dimostrato da ritrovamenti fittili e metallici nei siti archeologici di Pesco del Tesoro, Campo San Pietro e Cerignano. Lo storico Amoroso in un suo scritto degli inizi del ‘900 sostiene che Riccia abbia avuto origine da una colonia romana che  si stabilì in quel territorio in conseguenza della legge Sillana. In effetti, in un brano delle Colonie, Sesto Frontino riporta che “…Aricia oppidum pro lege Sullana” e da qui il nome che sarebbe un rimando della colonia al luogo di origine, la laziale Ariccia. Inoltre Amoroso suppose che L’”Aricia” romana si è mutata in “Saricia” nei documenti del XII sec., poi nel XIV sec. in “Ricia” e “Aritiae”, ancora in “Ritia” nei documenti della Curia del XVII sec. e infine nell’attuale denominazione “Riccia”.

Gli Schiavoni (ricordati nel nome di un antico ponte), scampati in epoca longobarda dalla strage del duca di Rodoaldo, nella battaglia di Ofanto, arrivarono a Riccia nel 642, tuttavia non abbiamo notizie sufficienti e attendibili dell’abitato né di questo periodo, né del successivo, certo è invece che Riccia nel XII secolo era un feudo ecclesiastico del Monastero dei SS. Pietro e Severo di Torremaggiore. Con la dominazione angioina Riccia fu concessa al noto giurista Bartolomeo de Capua, che fu anche il primo duca di Termoli, appartenente alla illustre famiglia dei Conti di Altavilla. La famiglia dei de Capua ha origini antichissime, le prime tracce risalgono al 1070 con Aldemaro de Capua che fu un cardinale. Questo casato ricoprì le più alte cariche civili, militari ed ecclesiastiche, nonché fu famiglia nobile di diverse  città come Capua, Benevento, Reggio Calabria, San Pietro in Galatina e Napoli dove le attribruirono i Seggi di Capuana, di Montagna, Nido e Portanova; fu anche decorata con molti titoli tra cui quello di barone, conte, marchese, duca e, per quel che in questo articolo ci riguarda, principe di: Conca, Gesso, Molfetta, Montesarchio, Morcone, Roccaromana, Venafro e della Riccia.

Tornando al Castello, sebbene le sue origini sono ancora incerte, venne ristrutturato nel 1285, quando Riccia divenne il feudo di Bartolomeo de Capua. Nativo di Capua fu Gran Conte di Altavilla, famoso giurista che insegnò diritto civile a Napoli, amico e consigliere di Carlo I d’Angiò, nonché protonotario del Regno. Accompagnò papa Bonifacio VIII nel 1295, nel viaggio da Napoli ad Anagni ed era molto legato ai monaci di Montevergine, tanto che nel quadro della Madonna di Montevergine compare ritratto con una chiesa nelle mani.

Successivamente, nel ‘500  il Castello fu restaurato e ampliato come testimonia la lapide che tradotta in latino recita:

BARTOLOMEO III DI CAPUA CONTE DI ALTAVILLA COSTRUI’ QUESTO CASTELLO PER DILETTO E A SUE SPESE, A DIFESA DI QUESTO LUOGO E DELLE FORTUNE PROPRIE, A PRESIDIO CONTRO OGNI FURORE DI GUERRA, NELL’ANNO DELLA LIBERTA’ UMANA 1515.

E conclude: AVVICINATI, SE VIENI COME OSPITE ENTRA, SE NEMICO FUGGI, NON TENTARE L’IRA DI GIOVE.

Una conclusione  credo, a mio avviso, lodevole per la sua eleganza, oggi forse potremmo parlare di “conclusione diplomatica” e che rimanda, purtroppo e inaspettatamente, a questo nostro  “periodo buio” ( e pensare che si definì  “periodo buio” il Medioevo!). Comunque merita le dovute riflessioni … che lascio al lettore!

Bartolomeo III si occupò anche dei restauri della chiesa di Santa Maria delle Grazie che risale al IV-V secolo, la facciata in pietra presenta uno stile rinascimentale, l’interno ha volte a crociera e conserva le tombe dei suoi familiari.  I sarcofagi con stemmi ed epigrafi sono quelli di Luigi, maestro dell’arte militare morto combattendo sotto Capua nel 1397 e Andreina Acciaiuoli, e quelli di Andrea de Capua e  della moglie Costanza Chiaromonte.

Alla morte di Luigi de Capua che divenne signore di Riccia nel 1383 gli successe Andrea che fu fedele alleato e grande amico di Ladislao di Durazzo. Le vicissitudini che segnarono la vita di Andrea e della bellissima moglie Costanza sono considerate tra le più belle pagine storiche di vita medievale e, ancora oggi, sono ricordate tra le antiche mura del borgo riccese. Costanza fu contessa di Modica ed ex Regina di Napoli, poiché andò in sposa nel 1389 al re Ladislao che la ripudiò dopo tre anni, e sposò in seconde nozze Andrea de Capua, primogenito del principe di Riccia, Luigi de Capua. Il principe che si era trasferito a Riccia  vi morì nel 1423 e qui trovò sepoltura, come ho scritto, nella cappella gentilizia con Costanza e Andrea all’interno della chiesa di Santa Maria delle Grazie.

La bellissima Costanza che era figlia di Manfredi di Chiaromonte, ricchissimo signore siciliano, conte di Modica e Ragusa, che possedeva buona parte della Sicilia, fu concessa in moglie a Ladislao di Durazzo, ma fu un matrimonio di puro interesse. Infatti la ricca dote della sposa avrebbe permesso alla regina Margherita, la futura suocera, di continuare la guerra contro gli angioini. Le nozze si svolsero a Gaeta, città fedele al re, nel 1390, ma dopo pochi anni le sorti avverse della guerra contro i d’Angiò e la perdita di tutti i possedimenti in Sicilia di Andrea di Chiaromonte, fratello di Costanza, successore del padre Manfredi, mutarono tutti i programmi. Infine la famiglia Chiaromonte fu accusata di tradimento e Costanza fu ripudiata dal re, col consenso di papa Bonifacio VIII (con una bolla del 1392, con cui si annullò il matrimonio tra Costanza e Ladislao perché non consumato) e confinata in una misera casupola a Gaeta.

In seguito, grazie soprattutto ai finanziamenti del papa, il re risollevò le sorti del Regno e Andrea de Capua, caro e intimo amico d’infanzia di Ladislao, s’innamorò della bellissima Costanza, la sposò a Gaeta nell’ottobre del 1396 e la portò con sé nel feudo di Riccia. Riguardo la sua permanenza a Riccia, come anche ad Altavilla, dove nel palazzo fu edificato un nuovo appartamento conosciuto come “Camere della Regina”, sono nate e si tramandano ancora oggi diverse leggende che ricordano Costanza, questa figura di donna e regina, tanto bella e onesta quanto sfortunata.

L’ingresso del Castello (la facciata fu distrutta da una sommossa popolare nel 1799) è costituito da un portale ad arco sormontato, dopo un massiccio architrave, da tre lastre calcaree:

la centrale reca l’epigrafe latina che ho tradotto e che ricorda Bartolomeo III, il suo impegno nella costruzione del castello e di difesa dal nemico, le laterali rappresentano gli stemmi in rilievo dei de Capua e dei Chiaromonte.

Seguirono tempi davvero tristi per la nostra terra quando al desiderio di potere dei francesi e degli spagnoli si unirono molto spesso la peste e la carestia che portarono morte e distruzione……

Tuttavia, a mio avviso, è opportuno sottolineare a questo punto la notevole influenza della famiglia dei de Capua, i cui esponenti in effetti rimasero a Riccia per tutto il periodo feudale e che certamente con Bartolomeo III raggiunsero il massimo della loro fortuna. Egli venne investito di tutti i suoi beni nel 1506 e fu addirittura nominato Vicerè della Capitanata e del Molise, in qualità di studioso di giurisprudenza fu autore di un libro sulle consuetudini del Regno, s’impegnò nella costruzione di diversi palazzi, tra cui quello di Napoli (oggi palazzo Marigliano) e, come ho già scritto ristrutturò ed ampliò il castello e la chiesa di Santa Maria delle Grazie a Riccia, dove è sepolto.

Bartolomeo VI fu l’ultimo feudatario dei de Capua e anche colui che godette per maggior tempo dei suoi feudi, ben sessant’anni.

La parabola della casata si concluse durante la rivoluzione del 1799, con la presa del palazzo e la sua parziale distruzione, ma il colpo di grazia fu il terremoto del 1805 (noto come terremoto di Sant’Anna), per cui solo il possente torrione di guardia è rimasto pressocchè integro fino ai nostri giorni.

Ma, in conclusione, l’aspetto sicuramente più rilevante è che con questa famiglia si assiste a un cambiamento graduale ma radicale del tardo medioevo, viene meno la concezione militare del feudo e del vivere, a favore di una concezione moderna, più  organizzata nella produzione di beni e quindi più basata sul commercio.

In parole povere quei Signori, già a partire dalla fine del XV secolo possono definirsi oltre che condottieri (guerrieri) degli imprenditori.