Il coordinatore regionale del partito di Salvini boccia la mancanza di condivisione dell’attuale amministrazione, ma non fa nomi: si lavori subito sul programma. No al Molisannio, “i problemi sono altri”. E sul prossimo governatore: “Spero sia del basso Molise”
di Pasquale Bartolomeo
TERMOLI. Usa parole eleganti, tipiche del suo stile, ma il senso è inequivocabile: la stagione del centrodestra a guida Donato Toma non potrà ripetersi. Almeno, non con il supporto della Lega.
Michele Marone, coordinatore regionale del partito di Salvini, guarda oltre l’attuale fase: “In Molise – afferma al telefono con isNews – non c’è un governo di centrodestra, ma un governo del presidente, un governo di Toma e di persone di sua fiducia”.
Da ex assessore regionale al Lavoro – per circa nove mesi, esperienza terminata in anticipo per fare spazio a Mena Calenda e consentire al governatore di rinsaldare i rapporti interni a una burrascosa maggioranza – l’avvocato Marone non ha dubbi: “Di fronte a un Toma bis anche Forza Italia non credo possa voler perdere. È il mio pensiero, ma credo di interpretare correttamente anche quello degli altri”. Affermazioni forti, che nascono dall’analisi di quanto accade e continua ad accadere in Consiglio regionale: “Da più parti viene sempre lamentata scarsa condivisione delle decisioni. La Lega non è presente né in Consiglio né in Giunta, ma non ha mai smesso di fare politica sul territorio per venire incontro alle esigenze della gente. Già prima di essere nominato coordinatore ero al fianco del commissario Jari Colla per lavorare in questo senso”. Una campagna elettorale costante, se così può definirsi, “perché le liste non si improvvisano, ma presuppongono un impegno giorno per giorno”.
No a Toma, dunque. Ma chi, allora, potrebbe essere una guida forte e aggregante nel centrodestra molisano? È possibile immaginare anche in Molise uno ‘schema Draghi’, ovvero un governo di salute pubblica allargato da destra a sinistra? Marone non ha dubbi: “Quello di Draghi è un modello straordinario nato per fronteggiare la pandemia, ma in Molise è impossibile. È sorto per una circostanza unica, dettata dalla straordinarietà del caso e non credo sia replicabile sui territori”. Su possibili ‘eredi’, però, non si sbilancia: “È prematuro fare nomi – taglia corto – Ciò che è prioritario è il programma, che non è una parola vuota. Tre basi per noi già ci sono: in primis, occorre una proposta per uscire dal commissariamento alla sanità; poi un miglioramento infrastrutturale che garantisca accessibilità alle aree interne e che migliori i collegamenti con il capoluogo; da ultimo, ma non per importanza, un piano per le politiche attive del lavoro. Basta ammortizzatori sociali per aziende decotte: bisogna mettere le basi per fare atterrare imprenditori sul territorio. Come Regione non possiamo creare noi lavoro, ma creare le condizioni è d’obbligo”.
Se il presidente del Consiglio regionale Salvatore Micone, come affermato nella trasmissione di Teleregione ‘Conto alla rovescia’ dice no a fughe in avanti e sposa il metodo delle Primarie per scegliere il prossimo governatore di centrodestra, Marone invece insiste sul programma: “Se c’è quello – è convinto – ci sarà la voglia di far parte di una squadra che vuol portare avanti determinati obiettivi. Dobbiamo elaborare un programma che torni a interessare i cittadini”.
Ma chi saranno i convitati della coalizione per discutere dei temi programmatici? Da chi è composto il centrodestra attuale, vista la spinta centrista rivendicata nelle ultime settimane proprio da Micone e da Andrea Di Lucente, che ha parlato di partiti “assassini della coalizione”? Marone risponde serafico: “Sia a livello nazionale che sui territori, il centrodestra è fatto da partiti maggiori e minori. Al centro c’è l’Udc, i Popolari, ‘Cambiamo!’ di Toti, ‘Noi con l’Italia’ di Lupi. Ripeto: l’unità si trova intorno a un programma politico condiviso, non intorno alle persone. Ho letto più di qualche affermazione sterili e fine a se stessa da parte di alcuni consiglieri regionali e mi fa sorridere chi parla di arroganza dei tre partiti principali. La verità – rimarca il coordinatore leghista – è che i tre partiti in questione ancora non si riuniscono e non è stato fatto alcun tavolo, cui dovranno partecipare tutti gli alleati, anche quelli di centro. Si badi: qui non c’è da rivendicare poltrone, ma da lavorare sui programmi e le proposte devono venire da più parti, da tutti i partiti che compongono il centrodestra a livello nazionale. Ma in Molise – affonda – oggi non c’è il centrodestra al governo regionale, ma un governo del presidente, un governo di Toma. Un governo, penso sia innegabile, sbilanciato a favore di Forza Italia con il presidente, due assessori e almeno un altro componente affine a quel partito (Cotugno, ndr)”.
Un tavolo per parlare di cosa fare per il futuro della regione, dunque. Ma nell’idea di Marone non può esserci spazio per l’ipotesi del cosiddetto Molisannio: “È l’idea di un presidente che non rappresenta più la maggioranza dei molisani – sgombra il campo l’avvocato – Come si fa a una pensare a una cosa del genere se i problemi sono altri? Sotto il profilo formale, comporterebbe una modifica costituzionale che non può provenire da un presidente della Regione o da un sindaco, ma da organi rappresentativi del territorio, dai Consigli regionali. La procedura è complessa, non ci sono i presupposti. E da cittadino termolese e conoscitore del territorio bassomolisano, non credo proprio che in basso Molise vogliano una cosa del genere. Mi auguro invece – conclude l’avvocato – che il prossimo presidente, dopo 25 anni, possa essere espressione del basso Molise per restituire una giusta visibilità al territorio. Ma non è questo il punto: sono del parere che sia tempo di costruire un programma che interessi i cittadini. Nient’altro”.




