Due giorni in Molise per colui che ha permesso di sgominare affari criminali per miliardi di euro. Venerdì l’incontro con l’amministrazione, sabato con gli studenti del ‘Majorana-Fascitelli’


MACCHIA D’ISERNIA. Consegna ai giovani il dovere di cittadinanza, ovvero a fare il proprio dovere fino in fondo.

Giuseppe Antoci, ex presidente del Parco regionale dei Nebrodi, in Sicilia, e presidente onorario della fondazione anti mafia ‘Antonino Caponnetto’, ha presentato venerdì 6 maggio il suo libro ‘La mafia dei pascoli’ nella sala consiliare del Comune di Macchia d’Isernia, gremita per l’occasione.

Antoci – invitato dal sindaco Giovanni Martino a raccontare la sua esperienza – lega il suo nome al del protocollo che ha permesso di bloccare gli affari della cosiddetta ‘mafia dei pascoli’, sfociata in una maxi indagine che portò all’arresto di 94 persone e al sequestro di 151 aziende agricole. Si tratta del più importante processo sulle truffe agricole milionarie all’Agenzia per le erogazioni in agricoltura (Agea) e alla Ue, con l’aggravante mafiosa. Un enorme affare per le cosche siciliane, che supera il miliardo e mezzo di euro. Cosche legate ai Santapaola-Ercolano, Batanasi e Bontempo-Scavo.

Gli imprenditori mafiosi dichiaravano falsamente di essere in possesso di terreni con affitto, tra cui una ventina di terreni comunali in Abruzzo e addirittura un pezzo del Muos, la base di comunicazioni satellitari Usa a Niscemi. Per poi incassare i fondi europei destinati a pascolo e seminativo. Trucchi per tentare di aggirare il ‘Protocollo Antoci’, che era intervenuto per bloccare un sistema che aveva permesso perfino a Gaetano Riina, fratello di Totò, di incassare i fondi europei, così come altri capimafia, perfino a chi era in carcere al 41 bis. Bastava un’autocertificazione antimafia e nessuno controllava. Il 18 marzo 2015, su iniziativa di Antoci, viene firmato tra il Parco dei Nebrodi, la prefettura di Messina, la Regione Sicilia e 24 comuni, un Protocollo che tra l’altro prevede l’obbligo di una vera certificazione antimafia. Nel 2016 viene adottato da tutti i prefetti della Sicilia. Il 27 settembre 2017 diventa norma nazionale inserita nel nuovo Codice antimafia. Nella notte tra il 17 e il 18 maggio 2016, Antoci, sotto scorta dal 2014 dopo varie minacce, subisce un grave attentato e si salva solo grazie all’auto blindata e all’intervento dei poliziotti di scorta.

Il suo lavoro ha permesso di scoperchiare un sistema in cui i boss riuscivano inspiegabilmente ad affittare tanti ettari di terreno nel Parco dei Nebrodi, terrorizzando allevatori e agricoltori onesti, lasciandoli incolti per poi incassare i contributi dell’Unione Europea perfino attraverso ‘regolari’ bonifici bancari. Un meccanismo perverso che si perpetuava di famiglia in famiglia e faceva guadagnare somme impensabili. Un affare che si aggirerebbe, solo in Sicilia, in circa tre miliardi di euro potenziali negli ultimi 10 anni. E nessuno vedeva o denunciava, prima di Antoci, diventato un simbolo della lotta alla mafia.

A Macchia d’Isernia venerdì, il giorno seguente presso il liceo ‘Majoarana-Fascitelli’ per un incontro gli studenti. “I ragazzi su questo tema ci sono – ha detto – Non sono mai rimasto deluso negli incontri che faccio tra gli studenti, nelle scuole e università in tutta Italia. C’è bisogno che le nostre generazioni passino loro credibilità. L’Italia ha la migliore legislazione antimafia d’Europa e del mondo, ma il miglior testo del Paese contro la mafia è la Costituzione, che ben spiega il dovere di cittadinanza, ovvero di fare il proprio dovere fino in fondo”.

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