Lezioni di giornalismo e storie di vita: Sigfrido Ranucci apre Lettera 423 e incanta Isernia (VIDEO)

Inizio col botto per il Festival della Lettura pentro: chiostro del comune strapieno per il conduttore di Report, autore di inchieste importantissime, che presenta il suo libro ‘La Scelta’. “Non bisogna aver paura di fare domande, perché facendo luce sui fatti si da coraggio anche a chi non ha più speranza”


di Pietro Ranieri

ISERNIA. Nell’incipit del suo libro, ‘La Scelta’, l’autore Sigfrido Ranucci si sofferma su un dettaglio che me l’ha fatto subito amare. Rammenta quando, da bambino, gli fu regalato un costume da carnevale di Superman. Bastava indossarlo e, come per magia, tutta la forza del supereroe era sua. Una sensazione così bella che, anche quando la tutina azzurra gli andava stretta, anche quando si era logorata, il piccolo Sigfrido ha continuato a indossare quel vestito, per anni. Cosa che non ha smesso di fare, in maniera metaforica, neanche da adulto. Un particolare forse innocente, ma che mi ha ricordato quando, a sei-sette anni, mia nonna mi cucì un piccolo mantellino blu e nero, col quale mi divertivo a saltare per casa giocando a ‘fare Batman’.

Al di là delle divagazioni, perché la metafora di Superman sia importante lo spiega lo stesso Ranucci durante l’incontro di ieri pomeriggio, con cui si è aperto il festival Lettera 423 a Isernia, e nel suo libro. L’eroe dei fumetti con i suoi sensi acutissimi è in grado di vedere oltre, di andare nel profondo delle cose. E non è un caso che Clark Kent sia proprio un giornalista. Come non è un caso che Ranucci sia “uno di quegli uomini che coincidono in modo assoluto con il lavoro che si sono scelti”.

La quarta di copertina è esplicativa, in tal senso. “Insieme alla sua équipe di Report – programma televisivo amatissimo e odiato, uno dei baluardi del giornalismo d’inchiesta in Italia – ogni giorno si dedica a vagliare informazioni, collegare eventi, ascoltare voci per decidere come raccontare le notizie che qualcuno vorrebbe rimanessero sotto silenzio”.

La forza di Report – si legge – è nella semplicità della scelta: offrire ai cittadini il romanzo crudo dei fatti attraverso un rigoroso lavoro di ricerca, anche quando la strada è irta di pericoli che toccano le vite personali dei giornalisti”. Durante l’evento per il pre-festival pentro, in quasi due ore e mezza di incontro con il pubblico – moderato con sensibilità e cura dall’amico e collega Carmine Gazzanni – Ranucci si racconta: la sua professione, il cammino che lo ha condotto dov’è ora, le scelte, i retroscena. Simboleggiato tutto da un origami, regalatogli da una sua “compagna di viaggio”, e conservato per tanti anni. Lo fa con quella pacatezza che lo contraddistingue ma che occulta, quasi protegge, come sotto un mantello scuro, una luce profonda, una giusta rabbia, una sete di verità inestinguibile.

“Fare giornalismo sul campo significa prendere decisioni che cambiano per sempre il corso delle cose, in senso intimo e collettivo”. Ranucci ricorda alcune delle sue inchieste più significative: il ritrovamento quasi casuale della pinacoteca di Calisto Tanzi dopo il disastro del crac Parmalat. L’inchiesta internazionale sull’uso del fosforo bianco a Fallujah, che trovò una svolta impensabile grazie all’aiuto non solo degli ex militari statunitensi ma anche della persona meno immaginabile: un vagabondo (e che gli valse il Premio Alpi, nel 2006). Poi forse uno dei punti più intimi della serata: la diffamazione subita dall’ex sindaco di Verona Flavio Tosi (che venne poi condannato), il quale lo accusò di aver fabbricato ad arte un dossier nei suoi confronti allo scopo di affossarlo. “Mi chiamarono Milena Gabbanelli e il direttore di RaiUno. ‘Sigfrido, ma che hai combinato? Qui c’è Tosi che ha convocato una conferenza stampa in procura, dice che hai raccolto materiale falso su di lui’. Finì su tutti i giornali: ‘Sigfrido Ranucci fabbrica fonti false’. Fu la prima volta che pensai seriamente che la mia reputazione fosse ormai distrutta, e io di farla finita”, racconta a un pubblico rapito, nel chiostro del Comune strapieno (altro grande successo ‘firmato’ dall’amministrazione e dall’assessorato alla Cultura di Luca De Martino).

Ma il momento più toccante arriva alla fine, quando dalla platea uno spettatore domanda: c’è qualche inchiesta, qualche scelta di cui si sia mai pentito? “Professionalmente mai, anche se più volte ho scelto di non fare lo scoop per salvaguardare il bene pubblico (come nella faccenda dei quadri di Tanzi, ritrovati anche grazie alla sua denuncia alla Finanza, NdR). Mi pento solo di una cosa: non aver detto la verità a mio padre quando ha dovuto subire una difficile operazione salvavita. Gli dissi che sarebbe andato tutto bene: morì non appena gli misero il sondino nasale. Se potessi fare una scelta diversa, sarebbe questa”.