La sentenza dopo 30 anni di indagini. Per la Corte d’assise di Genova la giovane segretaria fu uccisa da Anna Lucia Cecere, originaria di Venafro
GENOVA/VENAFRO. Dopo trent’anni di indagini e ipotesi, il delitto di Nada Cella ha finalmente un colpevole, almeno secondo la Corte d’assise di Genova presieduta dal giudice Massimo Cusatti. La giovane segretaria, uccisa nel 1996 nello studio del commercialista Marco Soracco a Chiavari, sarebbe stata assassinata da Anna Lucia Cecere, originaria di Venafro, condannata a 24 anni di carcere.
Come riporta l’Ansa, per Soracco, datore di lavoro della vittima, i giudici hanno stabilito una condanna a due anni per favoreggiamento: avrebbe omesso di riferire agli investigatori informazioni utili sulle telefonate effettuate da Cecere nel suo studio. È previsto inoltre un nuovo processo nei suoi confronti per l’accusa di false informazioni al pubblico ministero.
La pm Gabriella Dotto aveva chiesto l’ergastolo per Cecere e quattro anni per Soracco. L’ex insegnante dovrà anche risarcire le parti civili con provvisionali fino a 100mila euro; somme più contenute sono state stabilite anche per Soracco. La sentenza è arrivata dopo quasi sette ore di camera di consiglio.
Commozione e sollievo nelle parole della madre di Nada, Silvana Smaniotto: “Ce l’abbiamo fatta”, ha detto tra le lacrime all’avvocata di famiglia Sabrina Franzone. Di segno opposto le reazioni della difesa: Soracco continua a proclamarsi estraneo ai fatti, mentre gli avvocati di Cecere hanno annunciato ricorso in appello, definendo la decisione “incomprensibile” alla luce di un precedente proscioglimento.
Il caso, uno dei cold case più noti della Liguria, era stato riaperto nel 2021 grazie alla rilettura degli atti da parte della criminologa Antonella Delfino Pesce e dell’avvocata Franzone. Per l’accusa, l’omicidio fu un delitto d’impeto: Cecere avrebbe agito per gelosia e rivalità lavorativa, desiderosa di prendere il posto di Nada sia nello studio sia nella vita di Soracco. Un’ipotesi che la sentenza di oggi ha trasformato, dopo trent’anni, in una verità giudiziaria.




