La lettera del nipote che porta il suo nome nel giorno dell’addio a uno degli ultimi superstiti del bombardamento che il 10 settembre del 1943 distrusse la città
ISERNIA.Uno degli ultimi superstiti della distruzione di Isernia, a seguito del bombardamento del 10 settembre 1943, se ne è andato e con lui un pezzo di storia della città. Fernando Damiani aveva 97 e in quel tragico giorno vide la sua casa diventare la tomba dei suoi genitori, della sorellina di appena 8 anni e di una delle sue zie. Della sua mamma non trovarono neppure il corpo. Nonostante il ricordo di quei momenti gli provocasse un dolore enorme, lui non si era mai sottratto nel racconto ai giovani affinché la memoria non si spegnesse mai e diventasse il monito contro ogni guerra.
Nel giorno dell’addio il nipote che porta il suo nome ha voluto scrivergli una lettera per salutarlo. Una lettera piena di amore, sofferenza e desiderio di far conoscere suo nonno, a chi non lo avesse conosciuto, come esempio positivo di uomo che ha tratto la forza dai momenti difficili senza arrendersi.
“Nonno Fernando, Fernando Giammatretta, ha incarnato profondamente lo spirito di questa città. “Isernia, la vetusta, sette volte distrutta da conflitti e terremoti, è sempre risorta a novella vita per il lavoro e la bontà d’animo dei sui cittadini”, così iniziava una delle sue tante storie, aneddoti, miti, fatti e raccontini. Narrazioni che costituiscono la nostra città, fatte di luoghi che non ci sono più, di tempi “altri” cioè non più nostri, di protagonisti che vengono meno e lasciano un vuoto in questo mondo di comparse.
La sua presenza in città fu, invece, da protagonista nel commercio, nel bombardamento e nello sfollamento, nella ricostruzione durante un dopoguerra animato da piccoli negozianti, grandi lavoratori, che hanno trasmesso ai loro figli, a mio padre, i più alti valori dell’etica del lavoro e il rispetto puntuale della parola data. Lui, che ha contribuito all’inizio della prima classe delle scuole magistrali a Isernia, appariva sempre disilluso e contrariato per la decadenza dei nostri tempi e delle nuove generazioni (che erano praticamente tutte quelle successive alla sua), ma allora perché testimoniava a noi nipoti, a chi lo intervistava, ai clienti del negozio, a chiunque vivesse la sua casa e provenisse da Romania, Polonia o da altre parti d’Italia, cosa era stata Isernia e la sua visione su cosa ne era oggi?
Perché la verità è che dietro quello sguardo austero, quella voce burbera e netta, quell’andatura signorile e altezzosa, c’era un uomo che aveva a cuore tutti noi isernini. Aveva a cuore il nostro futuro, il futuro di Isernia e dei suoi cittadini. Sul passato, sulla memoria del bombardamento che aveva portato via i suoi genitori e la sorella, sulla celebrazioni delle tradizioni, delle fiere, dei canti, del teatro di Isernia, del dialetto si poteva costruire una città migliore.
“Sernia mea, quant’sci bella tu” lo diceva in tono lirico, sospirato, mentre ci fissava e chissà quale pezzo di storia cittadina stava rivivendo nella profondità dei suoi occhi e ci avrebbe donato con voce commossa.
Ci ha insegnato una lezione unica, antica e impopolare, che se la dicesse oggi suonerebbe come un monito: “Sernia è nu fuoss, chi ve s’nfossa e chi z’ne va e nu fess”.
Oggi è lui che se ne va, ma fesso non sarà mai finché rimarrà qui a Isernia dentro di noi.
Grazie nonno Fernando, Fernando Giammatretta”.




