L’analisi psicologica del fenomeno e il ruolo fondamentale della prevenzione educativa
R. Francesca Capozza*
ISERNIA. Riguarda ragazzi dai 13 ai 18 anni e si inserisce in adolescenza, una fase molto delicata della vita di un essere umano. La gang si istituisce come rifugio dai compiti evolutivi eticamente e socialmente validi specifici di tale fase, per trovare soluzioni ad essi attraverso modalità antisociali che sfociano nella costruzione di una identità deviante nella quale l’aggressività risulta essere la modalità più facile e immediata per affrontare la difficoltà di inserirsi socialmente ed accettare norme condivise. La gang compensa i conflitti e placa le paure dei singoli. La delinquenza risulta pertanto come impasse evolutiva adolescenziale, conseguenza di un processo che è già fallito o sta per fallire. La capacità di relazionarsi con i pari e la costruzione dell’identità sono compiti evolutivi centrali in adolescenza. La baby gang fornisce entrambi, proponendo la “fratellanza” simbiotica e dipendente e l’affermazione di sé con l’uso della violenza. L’altro non é riconosciuto come soggetto, ma pìù è debole ed inerme e maggiormente la baby gang prova piacere e divertimento nel manifestare potere e controllo sulla vittima, alimentando così narcisisticamente il proprio sé deviante. La diffusione dei video nelle chat consente di amplificare e rafforzare la propria identità deviante.

I giovani violenti trovano sostegno vicendevole nelle “autogiustificazioni” di “Disimpegno morale” ben evidenziate dallo psicologo Bandura e che consentono di mettere a tacere la propria “coscienza morale”: soprattutto la “Diffusione della responsabilità” all’interno del gruppo che consente al giovane di non distinguere il proprio ruolo, eludendo l’eventuale conflitto con i riferimenti morali; e la “Deumanizzazione” della vittima con cui ad essa non viene riconosciuta umanità e dignità, rendendo accettabile una aggressione o violazione dei suoi diritti (es. «è solo uno scemo”, dicono divertiti). In questo scenario di fallimento dei compiti di sviluppo, i modelli di riferimento genitoriali sono scarsamente validi, anche se relativi a “famiglie bene”. Un genitore può essere presente, ma proporre modalità improntate a prevaricazione e violenza o essere assente ed emotivamente ed educativamente indifferente: noncuranza, repressione e disinteresse senza alcun orientamento socio-educativo da parte della famiglia che portano il giovane a soddisfare i suoi desideri e bisogni psicoaffettivi fuori dal contesto familiare. Le carenze familiari possono essere di varia natura, ma non riconducibili alla sola povertà, come ad es. crescere senza sostegni affettivi adeguati e senza alcun orientamento socio-educativo, situazioni di separazioni conflittuali, con rifiuto affettivo o trascuratezza da parte dei genitori; c’è inoltre un fallimento della co-costruzione e trasmissione di valori, un sistema scolastico che non stimola la partecipazione del giovane, la mancanza di una guida adeguata nelle attività del tempo libero, una vita disorganizzata e ambienti degradati. La mancanza d’affetto e le privazioni emozionali precoci possono generare così atteggiamenti di antisocialità, aggressività e disadattamento. I ragazzi del gruppo non hanno una adeguata cognizione della gravità o illegittimità giuridica dei comportamenti.
E’ essenziale riflettere su questi capisaldi che rappresentano esattamente i punti nevralgici per la costruzione di efficaci programmi di prevenzione e fronteggiamento del fenomeno. Aiutare gli adolescenti a fronteggiare, in senso eticamente valido e socialmente congruo, le sfide evolutive legate alla loro tappa del ciclo di vita è pertanto responsabilità della Società intera: famiglia, Scuola, gruppo dei pari e associazioni di aggregazione sportive, culturali, artistiche, musicali, ecc. che devono sostenere il giovane nello sviluppo e potenziamento delle proprie competenze e risorse biopsicosoclali, rendendolo quindi più forte, più ricco di possibilità e di strumenti, maggiormente in grado di affrontare i problemi quotidiani connessi alla sua esperienza di crescita, di analizzare i diversi compiti evolutivi e di valutare criticamente i comportamenti adottati in rapporto ad essi. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha da anni evidenziato quali siano queste competenze psicorelazionali protettive, denominandole per l’appunto Life Skills ed elencandole nelle seguenti: Autocoscienza, Gestione dello stress, Gestione delle emozioni, Empatia, Problem solving, Senso Critico, Creatività, Decision Making, Capacità di costruire relazioni interpersonali, Comunicazione efficace. Lo sviluppo di queste competenze di vita nei vari contesti esperienziali dei giovani, sin dall’infanzia, costituisce un valido ed incisivo programma di prevenzione e fronteggiamento avente l’obiettivo di promuovere e tutelare in maniera efficace una crescita sana ed eticamente radicata.
*PSICOLOGA PSICOTERAPEUTA SPECIALISTA IN PSICOLOGIA DELLA SALUTE




