I risultati dell’autopsia tenderebbero a scagionare i cinque camici bianchi indagati per omicidio colposo in relazione alla morte di madre e figlia. La sostanza tossica assunta probabilmente il 23 o il 24 dicembre


CAMPOBASSO. Giallo di Pietracatella, con ogni probabilità anche un approccio diverso dei medici che ebbero in cura Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita, madre e figlia intossicate della ricina, non avrebbe potuto impedire il decesso delle due donne, a causa dell’elevata presenza del veleno.

A certificarlo sono i risultati dell’autopsia depositata alla Procura di Larino, con in allegato anche gli esiti degli esami svolti dal Centro antiveleni ‘Maugeri’ di Pavia.

“Alla luce dell’elevato quantitativo delle tossine del ricino individuate agli esami tossicologici, dell’assenza di antidoto specifico e della rapidità evolutiva del quadro – scrivono Benedetta Pia De Luca, Francesco Giovanni Battista Laterza, Alessandro Locatelli e Daniele Merli – non è possibile affermare che una diversa condotta sanitaria avrebbe impedito il decesso”.

L’autopsia, dunque, come anticipato dal Tg1, tenderebbe a scagionare i cinque medici della guardia medica e dell’ospedale ‘Cardarelli’ di Campobasso, che ebbero in cura le due donne e che oggi sono indagati con l’ipotesi di omicidio colposo. “Le indagini chimico-tossicologiche eseguite sui campioni biologici” delle vittime – si legge nella relazione – hanno fatto emergere “valori compatibili con un’intossicazione acuta da tossine del ricino”. Conclusioni che confermano peraltro quanto già stabilito proprio dal ‘Maugeri’ di Pavia.

Secondo i medici che hanno effettuato le autopsie, inoltre, “l’esposizione alla sostanza tossica” sarebbe avvenuta “più probabilmente per via orale”. “Inoltre – scrivono i medici – la comparsa dei primi sintomi nella mattinata del 25 dicembre orienta verso una possibile esposizione avvenuta verosimilmente tra il 23 ed il 24 dicembre”.