L’installazione site-specific di Antonio La Rosa conclude la stagione espositiva del museo a cielo aperto nella cava dismessa di Santa Maria


MACCHIA DI ISERNIA. Il Comune di Macchia di Isernia conclude il percorso della seconda edizione di ‘Terracielo 2.0 – Museo a cielo aperto’, con l’installazione dell’opera ‘PAPAVERI.4 _ fra Terra e Cielo’ di Antonio La Rosa, ultimo artista invitato della stagione espositiva 2026. L’iniziativa si avvale della collaborazione con ‘SM’ART – l’arte sm!’ e del patrocinio di ‘Cittadellarte – Fondazione Michelangelo Pistoletto’ e della Regione Molise. Con questo nuovo intervento si completa un ciclo che ha visto dialogare differenti linguaggi della ricerca artistica contemporanea, consolidando ‘Terracielo’ come un progetto permanente in cui arte, paesaggio e memoria si intrecciano in un processo continuo di rigenerazione culturale e ambientale. La cava dismessa di Santa Maria prosegue così la propria trasformazione, da luogo di estrazione della pietra a luogo di contemplazione, ricerca e incontro, dove ogni opera nasce in relazione con il territorio e contribuisce a costruire l’identità del museo.

Per ‘Terracielo’, Antonio La Rosa realizza un’installazione site-specific composta da nove papaveri monumentali, con altezze comprese tra i 130 e i 200 centimetri. Immersi nella vegetazione e mossi dal vento, i papaveri emergono con discrezione dal paesaggio, trasformandosi in segni che disegnano lo spazio e dialogano con il cielo. Esili steli di ferro affiorano dal terreno sostenendo grandi corolle in alluminio bicolore, modellate come nastri di Möbius: forme continue che evocano il movimento infinito della natura e la relazione costante tra terra e cielo. Il cuore di ciascun fiore è realizzato in biochar, materiale che richiama simbolicamente il seme e la fertilità, suggerendo l’idea di una rigenerazione che appartiene tanto alla terra quanto al pensiero umano.

L’opera è interamente costruita con materiali di recupero, quali ferro, alluminio e biochar, lavorati artigianalmente attraverso tecniche di forgiatura, saldatura, smerigliatura e rivettatura. La materia industriale perde così ogni rigidità per trasformarsi in organismo poetico, capace di vibrare con il vento, la luce e il mutare delle stagioni. Più che rappresentare un fiore, l’installazione propone un’esperienza di osservazione. La leggerezza apparente delle corolle, sospese nello spazio, contrasta con la solidità del ferro che le sostiene, dando vita a un equilibrio tra forza e fragilità che diventa metafora della condizione umana. Collocata tra l’apertura della cava e il margine del bosco, l’installazione non si impone sul paesaggio ma ne amplifica la voce, invitando il visitatore ad attraversare lentamente il luogo e a scoprirne continuamente nuove prospettive.

L’artista Antonio La Rosa dichiara: “Ho sempre pensato che la scultura dovesse respirare insieme ai luoghi che la accolgono. Il ferro è la materia dalla quale provengo, la memoria della mia famiglia, ma è anche una materia sorprendentemente capace di diventare leggera. Per Terracielo ho immaginato un’opera che non fosse un monumento ma una presenza viva, capace di seguire il ritmo del vento, della luce e delle stagioni. I papaveri sono simboli di rinascita, di forza e fragilità insieme. Attraverso il loro movimento desidero invitare il visitatore a osservare il paesaggio con occhi nuovi, lasciando che sia la natura stessa a completare continuamente il lavoro.”

La direttrice del museo, Carmen D’Antonino, afferma: “L’intervento di Antonio La Rosa conclude la seconda edizione di Terracielo con un’opera che interpreta pienamente i principi fondativi del museo: la relazione tra materia e paesaggio, tra gesto umano e processi naturali. La Rosa trasforma un materiale identitario come il ferro in una presenza leggera e dinamica, capace di instaurare un dialogo continuo con il luogo. I nove papaveri non costituiscono semplicemente un’installazione scultorea, ma una soglia percettiva tra il bosco e la cava, tra il tempo geologico della pietra e quello fragile della vegetazione. La loro presenza muta con la luce, con il vento e con le stagioni, rendendo il paesaggio protagonista dell’opera stessa. In questo equilibrio tra forza strutturale e leggerezza poetica risiede la qualità del lavoro di Antonio La Rosa, che trova nella cava di Santa Maria la propria naturale compiutezza.”

Il direttore artistico Antonio Pallotta conclude: “Con Antonio La Rosa si completa un percorso iniziato con l’idea di costruire un museo destinato a crescere insieme al proprio territorio. Ogni artista invitato ha saputo interpretare questo luogo attraverso la propria sensibilità senza mai sovrapporsi alla sua identità. Oggi Terracielo racconta una pluralità di linguaggi e testimonia una comunità che ha scelto di riconoscersi nella cultura come strumento di rigenerazione del paesaggio. Ogni nuova opera amplia questa narrazione collettiva e rende il museo un organismo vivo, destinato a trasformarsi negli anni. Il nostro obiettivo non è semplicemente installare sculture, ma costruire un luogo capace di generare relazioni, conoscenza e senso di appartenenza.”