Il segretario Ranieri ricorda le sette vittime molisane e lega la memoria dei minatori ai temi di oggi, dalle migrazioni alla sicurezza sul lavoro


PESCARA. Nel settantesimo anniversario della tragedia di Marcinelle, avvenuta l’8 agosto 1956 nella miniera di carbone del Bois du Cazier, in Belgio, la Cgil Abruzzo Molise richiama l’attualità di quella vicenda. “Marcinelle è una storia di emigrazione, di lavoro, di sfruttamento e di vite sacrificate – afferma il segretario generale Carmine Ranieri -. Settant’anni dopo quella tragedia, ricordare le vittime non significa soltanto rendere omaggio al passato, ma interrogarci sul presente: sulle persone che ancora oggi lasciano la propria terra per cercare altrove condizioni di vita e di lavoro migliori, su come accogliamo chi arriva nel nostro Paese e su quanti lavoratori continuano a morire o a essere sfruttati.”

Una delegazione della Cgil Abruzzo Molise, guidata dallo stesso Ranieri, partecipa alle iniziative commemorative organizzate in Belgio insieme alla Cgil nazionale. Presente anche il segretario generale del sindacato, Maurizio Landini, che oggi visita il complesso monumentale e museale del Bois du Cazier e prende parte alle iniziative promosse con il sindacato belga Fgtb. Domani, 8 agosto, la delegazione parteciperà alla cerimonia commemorativa ufficiale in programma nel luogo in cui sorgeva la miniera.

“Il tributo pagato dall’Abruzzo e dal Molise fu enorme – ricorda Ranieri -. Delle 262 persone che persero la vita, 136 erano italiane, 60 abruzzesi e sette molisane. Dietro quei numeri ci sono uomini, famiglie e intere comunità. Ci sono Manoppello, Lettomanoppello, Turrivalignani, Farindola e Castel del Monte per l’Abruzzo, Ferrazzano, San Giuliano di Puglia, Sant’Angelo del Pesco, San Giuliano del Sannio e Busso per il Molise. Visitare Marcinelle significa toccare con mano la fatica e le condizioni disumane nelle quali lavoravano i nostri emigranti, vedere le baracche di lamiera nelle quali erano costretti a vivere e i manifesti con cui gli italiani venivano invitati a partire per il Belgio con la promessa di un futuro migliore.”

Il segretario lega quindi la memoria di quella tragedia ai fenomeni migratori contemporanei. “Marcinelle è anche il simbolo di un Paese che costruiva una parte del proprio benessere sul lavoro degli stranieri, chiamati a svolgere mansioni pesanti che sempre meno belgi erano disposti a fare – sottolinea -. Non possiamo non vedere il legame con quello che accade oggi in Italia. Siamo stati un popolo di emigranti e continuiamo a esserlo: nel 2024, secondo i dati riportati nella nostra analisi, sono stati 4.483 gli abruzzesi, soprattutto giovani, andati all’estero, il doppio rispetto al 2014, mentre in Molise sono stati 985. Allo stesso tempo, nello stesso anno, sono arrivati dall’estero 10.980 cittadini in Abruzzo e 3.036 in Molise.”

Da qui la riflessione sul lavoro come strumento di dignità. “Oggi i nostri giovani non partono per andare a lavorare nelle miniere – osserva Ranieri – ma resta la necessità per troppe persone di lasciare il proprio territorio alla ricerca di migliori opportunità. E contemporaneamente abbiamo bisogno del lavoro di chi arriva dall’estero, spesso proprio nei settori nei quali è sempre più difficile trovare manodopera italiana. Il lavoro deve essere uno strumento di integrazione e dignità, non un terreno sul quale approfittare della maggiore fragilità delle persone.” Troppo spesso, avverte, i lavoratori stranieri finiscono nei settori più esposti al lavoro nero, al caporalato e allo sfruttamento, dall’agricoltura all’assistenza domestica, dalla ristorazione all’edilizia, accanto a un’ampia area di lavoro grigio fatta di ore non dichiarate e diritti negati. “Quanto accaduto ad Amendolara, con quattro giovani braccianti pakistani uccisi, ci ha mostrato ancora una volta fino a quali livelli di disumanità possa arrivare lo sfruttamento.”

La vicenda, per il sindacato, richiama infine il tema della sicurezza. “Fu uno dei più gravi incidenti sul lavoro dell’Europa del dopoguerra e ancora oggi ritroviamo alla base di troppe tragedie problemi che conosciamo da decenni: scarsa manutenzione, prevenzione insufficiente, pochi controlli e sanzioni inefficaci – afferma Ranieri -. A questi si aggiungono nuovi rischi, a partire dalle conseguenze del cambiamento climatico e dal lavoro con temperature sempre più elevate. Custodire la memoria dei minatori significa fare in modo che il loro sacrificio ci spinga a impedire che altre persone continuino a perdere la vita semplicemente perché stanno lavorando.”

“Settant’anni dopo, Marcinelle ci chiede di costruire un ponte tra passato e presente – conclude Ranieri -. Ricordare i nostri emigranti significa anche avere la capacità di guardare con occhi diversi chi oggi arriva in Italia alla ricerca dello stesso futuro migliore che cercavano allora gli italiani. Significa combattere il caporalato e ogni forma di sfruttamento, garantire lavoro dignitoso e sicuro e creare nei nostri territori opportunità che permettano ai giovani di scegliere liberamente se partire o restare. È questo il modo più autentico per rendere omaggio alle 262 vittime di Marcinelle e, tra loro, ai 67 abruzzesi e molisani che non tornarono più a casa.”