I ragazzi che aprono il primo profilo già in prima media arrivano alle superiori con risultati più bassi nelle prove Invalsi. Peggiorano italiano e matematica
MILANO. Si avvicina la ripresa delle lezioni e in questi giorni torna al centro del dibattito l’età minima per l’accesso ai social. A fornire nuovi elementi alla discussione è uno studio delle Università di Milano-Bicocca e di Brescia, coordinato dal sociologo Marco Gui e pubblicato su Nature Human Behaviour, pubblicato da Italia Oggi, che ha seguito oltre 5 mila studenti delle province di Brescia, Cremona, Mantova, Milano e Monza-Brianza.
Il risultato è chiaro: prima si entra sui social, maggiore può essere il prezzo pagato in termini di apprendimento. Gli studenti che aprono il primo profilo già in prima media arrivano alle superiori con risultati più bassi nelle prove Invalsi, pari a una perdita di 0,22 deviazioni standard in italiano e 0,18 in matematica.
Ritardare l’esordio riduce progressivamente il divario, fino a rendere molto più debole il segnale per chi aspetta la terza media. Il dato più significativo è che il terreno perduto non viene semplicemente recuperato con l’età: in matematica, per chi aveva iniziato a usare i social in prima media, il divario arriva addirittura a 0,27 deviazioni standard negli anni successivi.
Non sembra quindi essere l’essere sui social da adolescenti il fattore decisivo, quanto piuttosto esserci arrivati troppo presto, quando attenzione, sonno e capacità di concentrazione sono ancora in piena fase di sviluppo.
Ed è proprio la distrazione continua a rappresentare, secondo i ricercatori, uno dei principali meccanismi attraverso cui si produce l’effetto: lo smartphone invade i momenti dedicati al sonno, ai compiti e allo studio, frammentando la concentrazione.
Lo studio suggerisce dunque che il problema non sia soltanto quanto tempo i ragazzi trascorrono online, ma soprattutto quando e come il telefono entra nella loro giornata. Per questo, secondo gli autori, un eventuale limite di età può essere utile, ma non può bastare da solo: deve essere accompagnato da educazione digitale, regole condivise tra scuola e famiglia e maggiore attenzione ai meccanismi delle piattaforme che puntano a trattenere il più possibile l’attenzione dei giovani. La questione, in definitiva, non riguarda soltanto quando consentire ai ragazzi di entrare nel mondo dei social, ma come proteggere negli anni più delicati il tempo necessario per dormire, studiare e concentrarsi.




