Un’analisi psicologica del narcisismo, dell’attaccamento evitante e della paura dell’intimità nel protagonista, tra seduzione, vuoto interiore e ricerca di una possibile esperienza emotiva correttiva


Francesca Capozza*

ALFIE
(2004)
Di Charles Sheyer
Con : J. Law, R.Taylor, S.Sarandon

Il film, remake del celebre film omonimo del 1966 con Michael Caine, descrive la storia di un uomo single che, pur essendo volenteroso di costruirsi una vita affettiva stabile, non ci riesce.

La pellicola affronta il complesso tema della immaturità sentimentale maschile, per ragioni di insicurezze personali e il bisogno di diluire l’affettività avendo rapporti con più donne. Il film ci aiuta ad entrare nelle dinamiche intrapsichiche, oltre che relazionali, dell’eterno Peter pan, laddove il narcisismo appare lo strumento di sopravvivenza psicologica del protagonista che usa il fascino come corazza per non sentire il vuoto interiore. Le donne sono “oggettificate” ovvero viste solo come fonti di conferma temporanea del proprio ego.

La crisi avviene quando la solitudine e gli eventi imprevisti forzano una presa di coscienza e un crollo delle certezze. Il film rappresenta uno studio approfondito sul narcisismo patologico, sull’ evitamento affettivo e sulla paura dell’intimità. Il protagonista, che incarna il mito dell’eterno seduttore, nasconde un profondo vuoto interiore per cui le donne risultano strumenti per confermare il suo valore per poi scartarle non appena richiedono un impegno emotivo. Alfie è il classico esempio di uno stile di attaccamento, di cui ha fatto esperienza da bambino, di tipo evitante: non può permettersi di amare perché non ha vissuto l’essere amato in una relazione genitoriale fatta di stabilità e sicurezza. Quando un partner cerca di avvicinarsi emotivamente o mostra vulnerabilità lui scappa o sabota la relazione. Per non soffrire e non sentire il senso di colpa usa diversi meccanismi difensivi: la razionalizzazione (trova sempre scuse logiche o ciniche per spiegare la rottura di rapporti), la scissione (separa il sesso dai sentimenti), la negazione (rigetta i segnali di sofferenza delle persone intorno a lui). La sua stabilità psicologica tiene finchè riesce a mantenere il controllo di tutto.

Quando eventi importanti quali l’aborto e la maternità mancata o l’incontro di una donna ugualmente narcisista irrompono e incrinano le sue certezze, si apre lo spiraglio per una presa di coscienza realistica. La scena finale evidenzia il fallimento della sua strategia di vita: la libertà assoluta da ogni legame non è un pregio, ma si rivela una solitudine disperata. La superficialità con cui ha vissuto lo ha protetto dal dolore, ma solo apparentemente in quanto gli ha impedito di provare gioia e calore umano e soprattutto di poter sperimentare un legame affettivo differente da quello incerto e precario che ha dovuto vivere nel legame materno e potenzialmente capace di sanare le ferite del passato, attraverso la cosiddetta “esperienza emozionale correttiva” che testimonia come nessuno è marchiato per sempre da traumi infantili, ma può costruire nuove opportunità di leggere se stesso e i rapporti in senso finalmente liberatorio, catartico ed evolutivo.

*Psicologa-Psicoterapeuta
specialista in Psicologia della Salute