Isernia via dal Molise: il commento di Giovanni Petta sul possibile passaggio della Provincia in Abruzzo
di Giovanni Petta
ISERNIA. Mi interessa poco sapere se morirò molisano o abruzzese. Sono nato in provincia di Campobasso, nella stessa casa che ora si trova in provincia di Isernia. Niente è cambiato per questo passaggio di consegne tra burocrati, per questa modifica ai timbri dei protocolli, per questo aprire uffici che poi si sono chiusi.
Vogliamo diventare abruzzesi? Diventiamolo pure ma cosa potrà cambiare per noi reduci di questo territorio – forse non più di settantamila – tornando a ciò che eravamo prima del 1963? Torneranno i nostri figli da Milano, Roma, Londra e Amsterdam? Avremo un pronto soccorso degno di tale nome? Avremo una radiografia prima dell’aprile dell’anno successivo a quello della richiesta? Un Cup con meno di sei minuti iniziali di attesa, solo per arrivare al numero 6 del tastierino? Toglieranno finalmente la ruggine alla ringhiera del Veneziale?
Credo proprio di no.
Non mi sono mai sentito molisano né abruzzese. Ho sempre avuto la sensazione di essere un cittadino di un Medioriente d’Italia incastonato nel continente europeo. E questa consapevolezza identitaria, di diversità all’interno dell’Europa e nei confronti del resto del mondo, veniva dall’osservazione del degrado che notavo nell’ambiente in cui si dispiegava la mia esistenza.
Quando ero bambino e andavo verso Napoli, dal sedile posteriore della macchina dei miei, osservavo con angoscia il passaggio tra il Molise e la Campania. Mi sembrava, andando verso Napoli, che tutto diventasse più brutto, più grigio, più triste. Le case erano meno belle, le strade meno curate, i cartelli stradali trasandati…
Oggi, provo la stessa angoscia percorrendo la strada al contrario. A ogni ritorno in Molise, il brutto diventa più presente e importante, l’abbandono delle cose allo squallore si fa più evidente.
E il brutto non è solo negli oggetti d’uso comune dell’arredo urbano o dei parchi, degli impianti sportivi o delle bandiere a brandelli degli uffici pubblici… Il nostro dialetto, per esempio, la nostra cadenza anche, non è più una peculiarità culturale… è pigrizia nel disporre la bocca a un suono gradevole, è indolenza nel cercare la parola più precisa. Su questo argomento c’è da dire che non abbiamo ancora superato quel complesso di inferiorità ancestrale che non ci ha mai permesso di usare i diminutivi, i vezzeggiativi. Nel nostro dialetto non ce ne sono. Perché ci vergogniamo di essere carini, gentili, delicati. Usiamo spesso, invece, la figura retorica dell’ironia per nascondere tale timidezza terrigna… “Quant’ sci brutt!” per dire “Quanto sei bello!” e così via… La sensazione, il sospetto, di essere laterali e insignificanti ci porta a tacere. Oppure, quando non sopportiamo più tale condizione, a urlare in maniera volgare. Non c’è mai una via di mezzo: il confronto, la discussione, la proposta.
Naturalmente, non sto parlando della totalità degli individui, mi riferisco però a una percentuale notevole e decisiva per determinare il livello di qualità della vita. O, se volete e vi fa piacere maggiormente, mi riferisco a ciò che conosco, senza alcuna pretesa di generalizzare.
Come può tutto ciò, questo degrado dei panorami e dei suoni, trasformarsi in bellezza con un semplice passaggio all’Abruzzo?
In una provincia “verde” come la nostra, con molti comuni di montagna o almeno di collina, è difficilissimo persino mangiare all’aperto nei ristoranti. Mangeremo all’aperto quando diventeremo abruzzesi? E per recarci in questi ristoranti virtuosi, useremo le strade di montagna finalmente ripulite dai guard rail – arrugginiti come la ringhiera del Veneziale – che ci hanno lasciato in eredità le “gloriose” e tutte nostre comunità montane?
Alcuni amici convinti della positività del passaggio all’Abruzzo mi dicono che ognuno di noi pagherà, una volta diventato abruzzese, cinquecento euro di tasse annuali in meno. È sufficiente come motivazione?
Altri mi dicono che miglioreranno gli ospedali. Devo crederci? Succederà davvero in un territorio in cui nessuno si lamenta per la ringhiera scandalosa del Veneziale? In una città che si permette di sbeffeggiare il suo sindaco nel momento in cui il primo cittadino incarna, proprio fisicamente, la richiesta di un servizio sanitario dignitoso? In un luogo in cui i promotori del referendum vengono attaccati violentemente solo per aver espresso la loro opinione e il loro desiderio? In un Medioriente d’Italia in cui la possibilità di cambiamento è sempre osteggiata con violenza o con una indifferenza ancora più efficace?
La famiglia di mia nonna era abruzzese. Ferrovieri. Ogni figlio nasceva in un casello ferroviario diverso: Pescopennataro, Rivisondoli, mia nonna a Collarmele. Mio nonno, invece, Imposimato, aveva una famiglia con origini di Maddaloni, gli Imposimato del giudice famoso. La mia bisnonna era una Franceschelli di Miranda. Mio padre di Carpinone. Ma il cognome Petta è probabilmente sardo o forse albanese, di quegli albanesi che nel Cinquecento di trasferirono da quest’altra parte dell’Adriatico. Se potessi andare ancora più all’indietro, chissà cosa scoprirei delle mie origini… Devo pormi il problema di essere abruzzese o molisano? È questo il mio problema?
Se davvero andremo al referendum, voterò per l’annessione all’Abruzzo. Ma lo farò senza alcuna speranza di miglioramento. Lo farò solo perché a me piace cambiare. Lo farò con lo stesso spirito con cui cambio la marca dello shampoo a ogni acquisto, la carta igienica, la maionese, il gel per la rasatura, le sigarette quando fumavo…
Il nucleo della questione non è il confine. Il confine non è altro che una volgare prepotenza. Il nucleo della questione è la bellezza. Dobbiamo capire se vogliamo davvero un territorio bello, una città bella, un ospedale bello… se vogliamo essere belli. Se non c’è questo desiderio forte, questa proiezione, non succederà niente di positivo nelle nostre esistenze. E il passaggio all’Abruzzo avrà lo stesso risultato prodotto dall’istituzione della Provincia di Isernia. Rimarremo brutti abruzzesi invece che brutti molisani. Così come siamo rimasti brutti da isernini essendo stati brutti campobassani. Il nucleo della questione non è il referendum. È quello schifo di ringhiera del Veneziale. Cominciamo da lì. Antiruggine… vernice… pennello…




