In una lettera la testimonianza di una mamma: “Non è soltanto un reparto da mantenere aperto. È parte del futuro di questa provincia”
ISERNIA. Poteva scegliere di partorire a Firenze o a Torino, in due grandi strutture sanitarie. Ha scelto invece di tornare a Isernia, la città dove è nata, per far dare alla luce suo figlio Emilio. In questa testimonianza, una mamma racconta i giorni trascorsi al Veneziale, il rapporto con medici, ostetriche e personale e la scelta di affidarsi al Punto Nascita della sua città. E dell’importanza del presidio che “non è soltanto un reparto da mantenere aperto. È una parte del futuro di questa provincia”
LA LETTERA. Ci sono luoghi che, più di altri, raccontano chi siamo.
Per me Isernia è uno di questi. Sono nata qui. Qui ci sono le mie origini, la mia famiglia, la mia casa. E oggi, dopo aver avuto la possibilità di scegliere dove far nascere il mio primo figlio, ho scelto di tornare proprio qui.
Avrei potuto partorire in Toscana, dove attualmente risiedo, al Careggi di Firenze, struttura riconosciuta come eccellenza sanitaria italiana. Il mio compagno è di Torino e avremmo potuto scegliere anche il Sant’Anna, altra realtà di alto livello. Eppure abbiamo deciso di tornare a Isernia.
Volevamo contribuire, nel nostro piccolo, a mantenere vivo il suo Punto Nascita.
Oggi, dopo aver vissuto sulla mia pelle la nascita di mio figlio Emilio, posso dire con ancora più convinzione che quella è stata una delle migliori scelte che potessimo fare.
Perché al Veneziale non sono stata un numero.
Sono stata una donna che stava per diventare madre, con tutte le emozioni, le paure, le aspettative e le fragilità che questo momento porta con sé.
Dal mio ginecologo Simone Bonifacio, che con grande professionalità e disponibilità non mi ha mai fatto mancare attenzione e ascolto, alle ostetriche, che hanno dimostrato una profonda sensibilità verso la donna e verso ciò che significa affrontare il parto. Alle infermiere del nido e del reparto, fino alle persone che spesso non vengono nemmeno nominate, come le addette alla mensa e le inservienti.
Tutti, ognuno nel proprio ruolo, hanno contribuito a farmi sentire accudita. Sono rimasta in ospedale quasi una settimana e non mi sono mai sentita abbandonata a me stessa. E questo, quando si diventa madre per la prima volta, vale tantissimo.
La nascita di un figlio è uno dei momenti più belli che si possano vivere, ma il parto è anche fatica, dolore fisico, paura, trasformazione ed emozione. È un’esperienza che coinvolge profondamente il corpo e la mente di una donna. Per questo l’ambiente in cui si vive quel momento conta. Sentirsi ascoltata, capita, sapere che qualcuno c’è: non sono dettagli. Sono parte della cura. E quello che ho trovato al Veneziale è stato proprio questo: cura, competenza e umanità.
La mia esperienza mi ha fatto riflettere anche su qualcosa di più grande: la mia provincia. Isernia è una piccola provincia che resiste, nonostante le difficoltà, lo spopolamento e le tante volte in cui sembra che tutto ciò che è piccolo debba necessariamente essere sacrificato.
E allora penso a mio figlio. L’ho chiamato Emilio come mio nonno. E come mio nonno, un giorno, potrò dire che anche lui è di Isernia. È nato qui, in questa piccola provincia che, nonostante tutto, continua a generare vita.
Durante la mia permanenza in ospedale ho visto qualcosa che difficilmente dimenticherò. Quando sono arrivata, ero l’unica paziente. Poi, giorno dopo giorno, sono arrivate altre mamme e altri bambini. Il reparto ha iniziato lentamente a riempirsi.
L’ultimo giorno, nel nido, c’erano sette bambini. Sette nuove vite arrivate a Isernia. Vedere quel reparto riempirsi giorno dopo giorno è stato bellissimo. Sembrava quasi un piccolo segno di rinascita. Emilio è il 152° bambino nato a Isernia nel 2026. Dietro quel numero ci sono 152 storie, 152 famiglie, 152 bambini che hanno iniziato la loro vita qui.
E allora mi chiedo: possiamo davvero permetterci di perdere questo luogo? Possiamo permettere che un reparto che accoglie bambini e accompagna le donne nel momento più delicato e importante della loro vita venga considerato soltanto attraverso numeri e statistiche?
Io credo di no.
Un Punto Nascita non è semplicemente un reparto ospedaliero. È un presidio, è sicurezza per le donne, è un servizio per le famiglie, è un simbolo. E, soprattutto, è una promessa che una provincia fa ai propri cittadini: qui potete nascere, qui potete vivere, qui potete costruire la vostra famiglia.
So bene che la sanità deve confrontarsi con numeri, bilanci, standard e sostenibilità. Ma credo anche che i numeri debbano essere letti insieme alle persone.
Perché dietro ogni nascita c’è una madre. Dietro ogni madre c’è una famiglia. E dietro ogni bambino c’è un futuro. Io ho scelto Isernia quando avrei potuto scegliere strutture molto più grandi e conosciute. L’ho fatto perché volevo che mio figlio nascesse qui.
E dopo quello che ho vissuto, sono ancora più convinta che questa scelta debba poter essere fatta anche dalle donne che verranno dopo di me. Vorrei che un giorno Emilio potesse tornare qui e vedere che il reparto in cui è nato esiste ancora. Che altri bambini sono nati dopo di lui. Che quel nido ha continuato a riempirsi. Che Isernia ha continuato a resistere.
E magari, un giorno, poter dire semplicemente: “Sono nato a Isernia”.
Perché una provincia che continua a far nascere bambini è una provincia che non si è ancora arresa.
E Isernia non deve arrendersi.
Il Punto Nascita del Veneziale non è soltanto un reparto da mantenere aperto. È una parte del futuro di questa provincia.
E il futuro, prima ancora di essere un numero, è una vita.




