I temi del libro di Enza Zullo presentato alla biblioteca ‘Michele Romano’: dalla relazione Stringher ai merlettai uomini, fino alla leggenda su Gioacchino Toma


ISERNIA. La storia del merletto di Isernia tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento è stata al centro della presentazione del volume di Enza Zullo, ‘Tra utopia e industrializzazione. L’arte del merletto a Isernia tra Ottocento e Novecento’ (Palladino Editore). L’incontro si è tenuto ieri alla biblioteca comunale ‘Michele Romano’. Il filo conduttore è stato il confronto tra l’avanzare dell’industrializzazione e la salvaguardia dell’artigianato.

In questo quadro è stata richiamata la relazione di Vittorio Stringher. L’ispettore ministeriale propose direttive per promuovere lo sviluppo economico del merletto, perché potesse fare da traino all’economia locale.

Un passaggio centrale ha riguardato l’istruzione professionale. Presso quello che sarebbe poi diventato l’Istituto d’Arte fu istituita una sezione femminile, dove si insegnava la tecnica del merletto e si dedicavano molte ore al disegno. Il percorso durava inizialmente tre anni, poi portati a quattro, e si chiudeva con un attestato. Fu un importante strumento di emancipazione per le donne.

È stato messo in evidenza anche il ruolo, non secondario, degli uomini nella lavorazione del merletto, attestato a livello locale e internazionale. Ne restano tracce negli scritti di Pietravalle sugli uomini di Baranello e in articoli di giornale dedicati ai ragazzi di Isernia che lavoravano al tombolo.

Tra gli episodi ricordati c’è la lettera di protesta del 1938. Le merlettaie la inviarono al Podestà per denunciare il poco lavoro, lo sfruttamento e l’assenza di tutele sindacali. È stata sollevata anche la questione della scarsità di documentazione scritta, a fronte della lunga tradizione del merletto isernino.

Infine la vicenda di Gioacchino Toma, garibaldino imprigionato a Isernia nel 1860 e autore del dipinto ‘La scuola delle merlettaie cieche’. Secondo una leggenda alimentata dalla tradizione locale, il quadro sarebbe stato ispirato da ciò che il pittore vedeva dal carcere isernino. Si tratta probabilmente di un mito popolare, che testimonia però l’attenzione e la stima di cui godeva l’arte del tombolo.