Crac Ittierre, Perna e il gotha della finanza dal gup

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La procura di Isernia ha chiesto il rinvio a giudizio per 15 persone, tra cui l'ex patron della It Holding: domani la decisione

 

ISERNIA. E' l'ora della verità, per Tonino Perna. Domani l'ex patron di Ittierre, nei confronti del quale la procura ha avanzato, lo scor­so maggio, una richiesta di rinvio a giudizio insieme ad altre 14 persone, conoscerà l'esito dell'inchiesta ‘Alta Moda’, che contesta a lui e diversi am­ministratori delle società facenti capo al gruppo Ittierre Spa il reato di bancarotta fraudolenta a seguito del crac It Holding, gruppo che fatturava 600 milioni di euro. Di fronte al giudice per l'udienza preliminare del tribunale di Isernia compariranno personaggi arcinoti nel mondo della moda e della finanza. Da notare che il gup sarà un giudice ad hoc, probabilmente inviato a Isernia dal tribunale di Campobasso.

[caption id="attachment_31786" align="alignleft" width="300"]Crac Ittierre, Perna e il gotha della finanza dal gup Tonino Perna con l'avvocato Marco Franco[/caption]

Quasi tutti i magistratri rimasti al lavoro  nel capoluogo pentro, infatti, hanno già avuto a che fare con il caso, mentre la dottoressa Valeria Battista non ha ancora maturato l’anzianità  di servizio necessaria. In particolare, il dottor Francesco Ferdinandi e il dottor Antonio Ruscito hanno già fatto parte del collegio del Riesame in merito al dissequestro dei beni appartenenti ad alcuni dei soggetti finiti nel mirino dell’inchiesta. Proprio Ruscito, nell’ultima udienza del luglio 2013, si astenne e rimise gli atti al presidente del tribunale, Guido Ghionni.  Ventotto gli accusati, per tredici dei quali la procura ha tuttavia chiesto l'archiviazione. Era il gennaio del 2012 quando le Fiamme Gialle di Isernia fecero scattare le manette ai polsi dell’ex patron di Ittierre e iscrissero nel registro degli indagati 20 persone (salite a 28 in un mo­mento successivo), tra amministratori e compo­nenti del Collegio sindacale. Tra loro, tre soggetti furono raggiunti da misure interdittive (poi conte­state) concernenti il divieto di esercitare imprese o uffici direttivi, nonché quello di esercitare attivi­tà professionali. Si trattava di tre persone vicinissi­me a Tonino Perna, ossia Maurizio Negro, Antonio Di Pasquale e Simone Feig. Le indagini coordina­te dalla procura di Isernia hanno preso avvio nel 2009, quando l’Ittierre è stata ammessa all’ammi­nistrazione straordinaria. Tuttavia, hanno riper­corso decenni di attività imprenditoriale, andan­do ad interessare 14 società facenti capo al medesimo gruppo di Ittierre. 

 

Per la procura Perna - rimesso in libertà dopo 18 giorni - avrebbe messo in campo, in maniera reiterata, operazioni commerciali antieconomiche, ovvero per nulla a vantaggio della società, ma solo per scopi personali. Il tutto attraverso il noto sistema delle cosiddette “scatole cinesi”, complessi apparati societari finalizzati a distrarre ed occultare beni e risorse. Sistema che ha condotto gli inquirenti ad attenzionare società con sedi addirittura alle isole Cayman e in Lussemburgo, come nel caso della PA Investement, di cui Perna era presidente, e che dalla procura è stata definita la “cassaforte di famiglia”. La PA Investement – stando alle informazioni fornite sull’inchiesta - si è occupata di gestire la vendita di numerose azioni It Holding immesse sul mercato, con un controvalore di circa 212 miliardi di vecchie lire, al quale attingere in qualunque momento, anche per fini "estranei al gruppo aziendale", come per l’acquisto di beni di lusso. Le indagini avrebbero, ancora, portato alla luce presunti illeciti connessi all’acquisto di accessori da società cinesi a prezzi gonfiati, distraendo ingenti somme di denaro dalle casse della Plus It, di cui Perna era al vertice. La procura aveva poi contestato la decisione con cui l’ex patron Ittierre si sarebbe incrementato il compenso, quale numero uno del Consiglio d'amministrazione, da 400 mila euro ad 1 milione e 400 mila euro, in piena crisi aziendale. Ma tale accusa è caduta. E la procura stessa, per questo capo d’imputazione, chiederà l’archiviazione, come per le posizioni degli altri soggetti stralciati dal procedimento.  

 

Sin dallo scoppio del caso, l'ex re della moda ha sempre negato le accuse di bancarotta fraudolenta e di distrazione di fondi mosse a suo carico, dichiarando ai giudici di aver “agito nell’interesse esclusivo dell’azienda”. Una tesi che sarebbe provata anche da un documento e che avrebbe spinto il legale difensore di Tonino Perna, l’avvocato Marco Franco del Foro di Roma, a chiedere l’archiviazione del caso. Tuttavia, sono state formulate le richieste di rinvio a giudizio e l’ex patron di Ittierre ha sempre mostrato di volerle affrontare con animo sereno, forte delle motivazioni addotte dai giudici del Riesame prima e, confermate della Cassazione poi, al momento della sua scarcerazione. In 14 pagine i giudici di Campobasso hanno parlato di “basi debolissime” dell’inchiesta, “assunti errati” e “metodi sbagliati”. Per il Riesame, Perna non doveva finire in cella e il giudice per le indagini preliminari non avrebbe nemmeno motivato la persistenza delle esigenze cautelari. “Sono contento di finire finalmente dinanzi ai giudici - aveva dichiarato Perna al momento della formulazione delle richiesta di rinvio a giudizio - dove, com’è già successo al Riesame e in Cassazione, le mie ragioni troveranno finalmente ascolto. La richiesta del procuratore Albano non mi sorprende, ma sono convinto che verrà fuori la verità dei fatti”. 

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