Si lancia dal quarto piano dell’ospedale: Asrem condannata a pagare 1 milione e mezzo di euro

Si lancia dal quarto piano dell’ospedale: Asrem condannata a pagare 1 milione e mezzo di euro

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Maxi risarcimento per il paziente, miracolosamente sopravvissuto dopo aver tentato il suicidio per la seconda volta, ma rimasto paralizzato e allettato. Secondo il Tribunale di Campobasso l’uomo era stato lasciato incustodito nel reparto dove era ricoverato, libero di provare nuovamente a togliersi la vita. Caso seguito dall’avvocato Vincenzo Iacovino


CAMPOBASSO. Si lancia dal quarto piano dell’ospedale ‘Cardarelli’ di Campobasso, sopravvive per miracolo, dopo che era già stato salvato da un tentativo di suicidio. Ma l’Asrem viene condannata a pagare un maxi risarcimento di un milione e mezzo di euro al paziente, lasciato solo dopo il ricovero d'urgenza, che per la caduta è rimasto paralizzato.

Questo l’epilogo, deciso dal Tribunale di Campobasso, di una storia che ha dell’inverosimile. Quella di un uomo di 42 anni, che nel 2013 era stato trasportato al pronto soccorso del Cardarelli, dopo aver tentato di togliersi la vita con una massiccia dose di tranquillanti. Ma invece di essere ricoverato in Psichiatria, dove avrebbe trovato maggiore e adeguata assistenza e sorveglianza, l’uomo, che da molto tempo soffriva di depressione, era stato sistemato nel reparto di Medicina generale. Libero di muoversi all’interno dell’ospedale, da solo e senza assistenza.

Nel pomeriggio del 13 agosto, dunque, aveva potuto raggiungere la finestra di una stanza del quarto piano e lanciarsi nel vuoto. Nonostante tutto il paziente era sopravvissuto per la seconda volta, ma aveva riportato lesioni gravissime e un’invalidità permanente, che l’ha reso totalmente inabile a qualsiasi vita sociale e lavorativa. Una storia dolorosa, per la quale l’avvocato Vincenzo Iacovino ha chiesto e ottenuto dal Tribunale di Campobasso l’accertamento della responsabilità dell'azienda sanitaria.

Il Got Michele Dentale, tramite il consulente nominato dal tribunale, ha dichiarato che “la terapia farmacologica somministrata al paziente sarebbe dovuta essere sempre associata a una stretta sorveglianza, cosa che invece è mancata”. Il consulente ha inoltre precisato che “il paziente già al momento del ricovero richiedeva valutazioni mediche e una presa in carico di tipo psichiatrico, cosa che avrebbe dovuto portare alla eliminazione del rischio di ogni gesto auto lesivo, proprio perché il paziente era stato ricoverato per tentato suicidio".

"La patologia, peraltro accertata da anni, imponeva un monitoraggio e una sorveglianza durante il ricovero – ha aggiunto - e a tal fine non sono risultate sufficienti le sole consulenze psichiatriche ma sarebbe stato necessario un affiancamento di psicologi per un adeguato supporto terapeutico. Peraltro i farmaci somministrati al paziente indicavano espressamente la necessità di un monitoraggio clinico più stretto dovuta al fatto che il rischio di suicidio aumenta nella prima fase del trattamento”.

Per il Tribunale, dunque, l’Asrem è risultata gravemente inadempiente. Il giudice ha sottolineato che qualsiasi struttura sanitaria, nel momento in cui accetta il ricovero di un paziente, stipula un vero e proprio contratto dal quale discendono due obblighi: il primo è quello di fornire al paziente le cure richieste dalla sua condizione, il secondo è quello di assicurare la sua protezione, a seconda della patologia. L’obbligo di sorveglianza da parte dei medici e del personale sanitario è tanto più stringente quanto maggiore è il rischio che il degente possa causare danni o patirne, come avvenuto in questo caso.

Secondo il giudice è indubitabile che gli operatori della struttura presso la quale tuttora il paziente è ricoverato, dopo oltre quattro anni, fossero pienamente a conoscenza della gravità della situazione e avessero quindi l’obbligo specifico di garantire una sorveglianza idonea a evitare che il paziente ricoverato per tentato suicidio, fosse lasciato in condizioni di provare ancora a uccidersi, come poi ha effettivamente fatto, lasciandosi cadere da oltre 20 metri di altezza.

Per queste ragioni l’avvocato Vincenzo Iacovino ha chiesto e ottenuto il risarcimento dei seguenti danni: danno biologico (lesione all’integrità pisco fisica) temporaneo totale per 331 giorni per 47mila euro; danno biologico permanente del 90% per 879mila euro; danno alla vita di relazione per 232mila euro; danno morale per 290mila euro. Un totale di 1 milione e 448 mila euro, a cui vanno aggiunti gli interessi e le spese legali.

Nel frattempo il legale ha ricevuto mandato dai familiari del paziente, paralizzato e tuttora allettato, per ottenere anche il risarcimento del cosiddetto ‘danno parentale’, per tutti i disagi che sono conseguiti da questa tragica vicenda di malasanità.

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