Dal Veneziale al San Camillo: curato per un tumore che non ha, sei medici accusati di omicidio colposo

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All’ospedale di Isernia avevano intuito che c’era necessità di approfondire la diagnosi ma i colleghi romani non avrebbero preso in considerazione quei suggerimenti. E così Michele Maria Scarano è deceduto dopo sei settimane di agonia


ISERNIA. Ascessi cerebrali che sarebbero stati scambiati per metastasi al cervello, scatenate verosimilmente – in base alla ricostruzione dei medici - da una neoplasia ai polmoni. E di qui, come in una tragica catena di eventi tutti collegati, dopo una diagnosi errata, sarebbero state somministrate le cure sbagliate. Che hanno portato al decesso del paziente, l’isernino Michele Maria Scarano, 52 anni all’epoca dei fatti.

Sulla base delle indagini, per questo presunto errore diagnostico, sei medici del San Camillo di Roma sono stati rinviati a giudizio con l’accusa di omicidio colposo.

Michele Maria Scarano si presenta all’Ospedale Veneziale perché accusa improvvisi problemi di linguaggio. I medici del nosocomio isernino lo sottopongono immediatamente ad una Tac per comprendere le ragioni di questo improvviso e quanto mai preoccupante problema. Si dispone il trasferimento al San Camillo con la prescrizione, per i colleghi romani, di effettuare altri approfondimenti poiché potrebbe non essere un tumore l’origine di quella difficoltà nel parlare. Anzi, si chiede di sottoporre il paziente ad una risonanza magnetica.

E’ il 18 marzo del 2017 quando Scarano arriva al San Camillo e la sua odissea durerà fino alla fine di aprile: secondo il consulente della Procura, Luigi Cipolloni, infatti, gli ascessi cerebrali - non riconosciuti e curati con una terapia errata, utile a sconfiggere il tumore che non aveva - si sarebbero trasformati in pus che, piano piano ma inesorabilmente, avrebbero avvelenato l’intero organismo dell’uomo.

I medici del San Camillo si sarebbero accorti dell’errore diagnostico, secondo la ricostruzione del pm, Pietro Pollidori, solo pochi giorni prima del decesso.

I sei medici rinviati a giudizio sono Clara Leonetti, che avrebbe interpretato erroneamente le lesioni evidenziate dalla Tac – e i suoi cinque colleghi – Salvatore D’Antonio, Marcello Ciccarelli, Claudio Perrone, Domenico Nervini e Mario Giuseppe Alma – che non avrebbero disposto la risonanza magnetica richiesta dal neurochirurgo dell’ospedale Veneziale, dal quale Michele Maria Scarano proveniva.

Secondo la Procura, sarebbero bastati approfondimenti diagnostici, così come suggerito dai colleghi molisani, e una terapia antibiotica per salvargli la vita.

La famiglia Scarano si è costituita parte civile con l'avvocato Antonello Madeo.

 

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