Le gettò dell’acido sul volto, dopo sei anni chiede perdono. Lucia Annibali risponde al suo aggressore

Le gettò dell’acido sul volto, dopo sei anni chiede perdono. Lucia Annibali risponde al suo aggressore

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Dal carcere di Larino la lettera di Rubin Talaban, condannato per aver sfregiato l’avvocatessa pesarese nel 2013. L’albanese fu un esecutore materiale dell’agguato pianificato dall’ex compagno



LARINO. Era la sera del 16 aprile 2013 quando Rubin Talaban gettò dell’acido solforico sul volto dell’allora 36enne Lucia Annibali. L’albanese è stato l’esecutore materiale della vendetta pianificata da Luca Varani, ex fidanzato di Lucia. Rubin Talaban, che sta scontando la sua pena nel carcere di Larino, parla per la prima volta da quando è stato processato e lo fa rivolgendosi direttamente alla donna alla quale ha drammaticamente cambiato la vita.

«Lucia perdonami- le sue parole scritte su una lettera- Perdona il mio gesto indegno e brutale e perdona me che l’ho fatto. Ho provato a essere nei tuoi panni e non posso stare più di qualche secondo nei momenti di dolore e sofferenza causati da me». Scrive Rubin Taleban nella sua missiva indirizzata a Lucia e giunta presso lo studio del padre ad Urbino. «Che io sia maledetto per sempre (…) Vorrei abbracciarti e stringere le tue mani con le mie. Puoi essere la mia guida anche se il peccato lo porterò a vita (…) Non posso fare l’indifferente come se non c’è stato niente (…) Allungami la mano, Lucia, perché non sono un mostro, ma un grande errore. Se mi perdoni, mi aiuti».

A tale richiesta di perdono Lucia non è rimasta indifferente e, attraverso il Corriere della Sera, giornale che ha pubblicato la lettera dell’albanese, ha voluto rispondere con queste parole: «Se davvero quello che scrive è verità se davvero oggi è consapevole di quello che ha fatto e non è più la sagoma scura che ho visto dentro casa mia, io lo posso anche perdonare. Ma quel perdono serve più a lui che a me. Deve fare i conti con quello che ha fatto come io convivo ogni giorno con quello che mi ha fatto, perdono o non perdono. Se tutto questo non è una carta da giocare per avere permessi o chiedere misure alternative, meglio per lui e il suo futuro. Ma io dico anche meglio per tutti noi, perché ogni detenuto recuperato è una garanzia di sicurezza per una società intera. Detto questo, non è che ora diventiamo amici o che io abbia intenzione di incontrarlo. Tra l’altro la sentenza prevede che, espiata la pena, lui torni nel suo Paese…».

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