Colleghi mortali, quando lo stalking è senza scrupoli

Colleghi mortali, quando lo stalking è senza scrupoli

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L’approfondimento di cronaca a cura della dottoressa Rosa Francesca Capozza, criminologa, psicologa, psicoterapeuta


San Donato Milanese, Ufficio dell’Eni nella calda estate del 2018. In pochi mesi, la vita di 2 colleghi (una donna di 35 anni ed un uomo di 41) assume i connotati di un vero incubo, come siamo abituati a vedere nei film più ansiogeni.
Inquietanti telefonate, troppe volte al giorno, una silenziosa presenza all’altro capo in costante ascolto, pedinamenti, imbrattamenti alla macchina ed all’abitazione della 35enne, biglietti di minacce. Inizialmente lo smarrimento delle vittime, ignare di quanto di simile stava accadendo all’altro collega. Cercavano, ognuna, di trovare nella propria vita personale il volto inquietante del proprio persecutore, scavando in possibili motivazioni. Al setaccio le proprie amicizie, le proprie abitudini ed attività quotidiane. Invano. Si insinua il sospetto che allora la minaccia non sia esterna, ma interna al loro ambito lavorativo. Chi potrebbe essere? I colleghi si confidano con gli altri e scoprono di essere in 2 nel mirino della stessa mente persecutrice. Allora si, la ricerca deve essere fatta lì, tra le mura del proprio ufficio. Sguardi torvi, mutismo, da alcuni mesi una sola persona si comporta in modo inconsueto, sospettoso. Sarà lei dietro questa interminabile serie di atti persecutori? Il 28 Agosto l’epilogo di questa terribile sequela. Il collega 41 enne beve un sorso d’acqua dalla sua bottiglietta poggiata, come fanno tutti, sulla sua scrivania, ma si accorge subito che il sapore è acre, riesce a non ingoiare, sputando immediatamente per terra e finendo così “solo” per ustionarsi la lingua e parte del palato. Capisce però, nello sconcerto più disperato, di avere seriamente rischiato di morire. E’ salvo per miracolo. Immediato l’arrivo dei medici del 118, che hanno trasportato l'uomo all'ospedale San Raffaele, e dei Carabinieri che congelano la scena del crimine, setacciano gli ambienti, controllano i cassetti e le borse di tutti. L'atteggiamento di E. B. si dimostra subito sospetto. Inizialmente finge di non avere le chiavi del suo cassetto, poi una volta aperto minimizza il fatto che nella borsa avesse una bottiglia di plastica vuota con una scritta aggiunta con un pennarello rosso "AA" e una siringa. Su entrambi i reperti sequestrati, le analisi di laboratorio riveleranno tracce dello stesso acido ingerito dall'uomo. Nella bottiglietta si saprà che era stata svuotata un'intera fialetta di acido cloridrico. Nella sua agendina emergono appunti sulle possibili "miscele" di acido e, dall'analisi del suo smartphone, ricerche su Google di informazioni su questo modo di uccidere. La sospettata è E.B., una collega 52 enne. Nella sua casa, a San Giuliano Milanese, ritrovate le bombolette spray compatibili con quelle utilizzate per imbrattare la macchina di una delle 2 vittime. I tabulati hanno rivelato che le chiamate ai colleghi provenivano dal suo telefono. Per la donna, nubile e senza alcun precedente penale, viene immediatamente disposta la misura cautelare della custodia in carcere. Screzi e incomprensioni in ambito lavorativo, contrasti per motivi di lavoro, poca partecipazione al lavoro in team, convinzione di essere stata mobbizzata, queste le motivazioni ipotizzate sulla base delle indagini effettuate. Decisive le escussioni dei testimoni. La donna nega e respinge ogni accusa.

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