Una trappola per topi per ‘sbarazzarsi del marito’

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L’istinto omicida di un'anziana riminese nell’approfondimento di cronaca a cura della criminologa, psicologa, psicoeterapeuta Francesca Capozza



La letteratura “gialla” non resta confinata solo nei meandri della fantasia. Estate riminese. L’idea della morte, non sua, ma di chi ha accanto, si insinua pian piano e nel tempo nella mente di una “tenera vecchina”, dall’aspetto innocuo, inerme ed innocente. Impensabile secondo la fisiognomica lombrosiana. Ha 79 anni ed alle spalle 2 vedovanze e 2 figli (avuti dai matrimoni precedenti), di cui uno in deficit economico. La malattia degenerativa che costringeva il compagno 83enne a letto, le difficoltà economiche ed il timore di perdere la casa dove viveva il figlio (di proprietà dell’anziano, ma in procinto di essere messa in vendita dall’amministratore di sostegno per morosità nel pagamento degli affitti), risultano ingredienti sufficienti agli occhi dell’anziana signora per cominciare a pensare ad un piano omicida sicuro ed efficace per disfarsi dell’uomo ed entrare in possesso dell'intera eredità. Sceglie il veleno per topi (utilizzato dal 20% delle donne assassine) che può confondere l’omicidio con una morte naturale. L’anno scorso, l’uomo era stato ricoverato in ospedale per un forte dissanguamento. I medici, condotti diversi accertamenti e analisi, appurano che l’anziano non prendeva anticoagulanti e l’unica cosa che poteva averlo ridotto in quelle condizioni, era un topicida che, sicuramente, viste le sue condizioni di invalidità, non poteva aver assunto da solo. Allertano, così, gli inquirenti che iniziano a indagare. Compiono molti sopralluoghi nella casa di campagna, dove la vittima viveva da 30 anni con la compagna, e rilevano la presenza di topicida in capsule nella dispensa del giardino. L’anziana però fornisce una spiegazione più che credibile, poiché le sarebbero servite per sterminare i topi che bazzicavano nella loro proprietà. Le analisi confermano che la sostanza è identica a quella somministrata all’anziano. Gli investigatori effettuano allora intercettazioni telefoniche in cui i figli esternano sospetti che sia stata lei l’autrice dell’avvelenamento e la spronano a confessare.

Lunedì scorso, dopo quasi un anno di indagini, arriva la rivelazione della donna: “Sono stata io. L’ho avvelenato perché volevo dare un po’ di tranquillità economica a mio figlio. Ho fatto tutto da sola. Ogni giorno gliene davo un po’ nella minestra, così da non destare sospetti. Se fosse morto all’improvviso se ne sarebbero accorti”. Se guardiamo al panorama scientifico criminologico, rileviamo che la delinquenza femminile rappresenta il 13-17% dei rei. La percentuale di anziani autori di reato si aggira intorno al 4% dei reati. Il 70% delle donne uccide persone con cui ha un rapporto. I delinquenti primari in età senile sono particolarmente autori di reati violenti. Tra le tipologie di donne assassine, compatibili con il caso in esame, ritroviamo “La vedova nera” (Kelleher e Kelleher) che uccide solo figure parentali, coniugi, partner e parenti con cui ha un forte legame. Compie delitti in età matura e tende a proseguire per molti anni. Spesso la motivazione è economica. L’arma prevalentemente usata: somministrazione di veleno per simulare una patologia organica. Si tratta di donne intelligenti, manipolative, estremamente organizzate, difficilmente sospettabili. Così come “La comfort killer” (Holmes e Holmes) che agisce per guadagni materiali, pianificando ed organizzando attentamente delitti ai danni di vittime conosciute; ma anche “La ricercatrice di potere”, con motivazioni intrinseche di dominio, che pianifica bene i suoi delitti e sceglie vittime deboli e impotenti.

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