Il coraggio dell’abbandono in ‘L’Arminuta’ di Donatella Di Pietrantonio

Il coraggio dell’abbandono in ‘L’Arminuta’ di Donatella Di Pietrantonio

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La scrittrice abruzzese ha presentato la sua ultima fatica a Campobasso nell’ambito della rassegna 'Ti racconto un libro'



di Marilena Ferrante

CAMPOBASSO. La scrittrice abruzzese Donatella Di Pietrantonio ha pubblicato il suo ultimo libro dal titolo ‘L’Arminuta’. In questo titolo sono convogliate tutte le energie emotive e narrative di questa autrice che già aveva dato prova della sua perizia narrativa e della sua profonda conoscenza dell’animo umano con opere come ‘Mia madre è un fiume’, romanzo di esordio (2011) e Bella mia, con il quale ha partecipato al Premio Strega nel 2014.
La protagonista del romanzo è appunto l’Arminuta” che in dialetto abruzzese (l’autrice è di Penne) significa la ‘restituita’ o ‘la ritornata’. 

Non ha che questo nome la bambina di cui si parla nel romanzo, la cui breve vita, aveva soli tredici anni, è restituita ai suoi genitori biologici, dopo essere stata affidata ad una coppia di parenti senza figli che non le rivelano la sua vera origine.

Catapultata in una realtà che non è la sua perché improvvisamente scacciata dalla famiglia che sembrava fosse stata la sua unica e vera famiglia, l’Arminuta vive sulle sue fragili ossa il terrore dell’abbandono, l’impossibilità ad adattarsi ad un nuovo ambiente che si delinea, ben presto, lontano dalle sue abitudini di bambina coccolata ed avvantaggiata economicamente. Questo profondo strappo crea una lacerazione tale da far cogliere in maniera drammatica i nuovi cambiamenti.

“Cara mamma o cara zia, non so più come chiamarti, ma voglio tornare da te. Io in questo paese non ci sto bene e non è vero che i vostri cugini mi aspettavano, anzi mi hanno accolta come un accidente e sono un impiccio per tutti, oltre che una bocca in più da sfamare.
Ripetevi sempre che per una ragazza la cosa più importante è l’igiene personale, allora t’informo che in questa casa è difficile anche lavarsi...
Tu che vai tutte le domeniche a messa e insegni il catechismo in parrocchia non puoi lasciarmi in queste condizioni…. Ho capito che tu mi hai presa da piccola per il mio bene, perché ero nata in una famiglia povera e numerosa. Qua non è cambiato niente. Se ci tieni a me manda per favore lo zio a riprendermi, altrimenti uno di questi giorni salto dalla finestra”….

Questa la voce dell’ ”Arminuta” che supplica la figura che per prima si era dichiarata sua madre. Il libro tocca le corde più intime dell’animo umano e coglie l’aspetto più significativo nel rapporto ancestrale o cordone ombelicale che si crea tra la madre e la propria creatura. Legame indissolubile che insinua il ‘danno’ dell’abbandono , della ferita sanguinante: non essere accolta originariamente dalla sua madre biologica ed essere poi allontanata dalla sua madre acquisita.


“Non c’era più ragione di esistere al mondo. Ripetevo piano la parola mamma cento volte, finché perdeva ogni senso ed era solo una ginnastica delle labbra. Restavo orfana di due madri viventi. Una mi aveva ceduta con il suo latte ancora sulla lingua, l’altra mi aveva restituita a tredici anni. Ero figlia di separazioni, parentele false o taciute, distanze. Non sapevo più da chi provenivo. In fondo non lo so neanche adesso”.

La forza prorompente delle parole avvolge tutto il racconto e spinge a identificare quella terra calpestata dall’Arminuta, da Adriana, la sorella ritrovata, coprotagonista nella storia, nell’asperità di quell’Abruzzo, tanto caro alla Di Pietrantonio, tanto da calare nettamente la sua narrazione nei luoghi, nei sapori e nelle declinazioni sociali, culturali e linguistiche di questa terra.

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