Renzo Pettine, il matricida diciassettenne

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Fu condannato a 15 anni per aver ucciso sua madre, la veneta Valeria Erminia Ferrara. Era figlio dell’industriale cinematografico Giovanni Pettine, uno dei pionieri del cinema muto in Italia


 di Alessandra Gioielli

Del delitto commesso quasi un secolo fa da Renzo Pettine, figlio primogenito del commendatore Giovanni Pettine (cineasta isernino noto all’epoca del cinema muto), si sono occupati giornalisti, storici, criminologi, scrittori e altri ancora. Nel marzo 1928, Renzo fu condannato a 15 anni per l’omicidio della madre, avvenuto a Milano nel febbraio di due anni prima, quando il giovane era ancora diciassettenne.

In questo articolo, riporto interessanti notizie [alcune inedite] su Renzo Pettine e i suoi familiari, che ho ricostruito grazie a specifici appunti di mio padre e ai non pochi documenti da lui conservati (articoli di giornale, atti comunali, foto).

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Renzo Celestino Sante Pettine nacque da Giovanni (Isernia 1883-1973) e Valeria Erminia Ferrara (nativa di Brugine, frazione Campagnola) a Ponte San Nicolò (Pd), il 28 maggio 1908, dove i nonni materni, Federico e Maria Fortunata Michelotto, avevano una trattoria.

A inizio Novecento, Valeria (meglio conosciuta col secondo nome di battesimo, Erminia) conobbe il futuro marito nel periodo in cui egli stava svolgendo a Padova il servizio militare di leva, in un reggimento di cavalleria. I coniugi Pettine vivevano a Milano, città in cui Giovanni dirigeva una casa di distribuzione cinematografica da lui stesso fondata. Oltre a Renzo, dalla loro unione nacque una figlia, Jole (o Iole, come si legge in più atti), che venne al mondo nel capoluogo lombardo il 14 giugno 1909. Jole rimase nubile per tutta la vita e morì a Isernia il 15 luglio 1974. Nel 1912, Giovanni ed Erminia si separarono ed ella si trasferì in un appartamento di corso Buenos Aires a Milano. Con la donna, avvenente e incline alla mondanità, andò a vivere il figlio, mentre la figlia fu affidata a un collegio. Renzo – stante ciò che molti sostengono – durante la fanciullezza e l’adolescenza soffrì per la condotta moralmente disinibita della madre, che aveva in casa frequenti incontri con amanti più o meno occasionali. Infatti, per quanto dichiarato al momento del suo arresto, la causa che lo spinse a sparare alla genitrice fu «vendicare l’onore della famiglia».

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Per avere un’idea, anche se ipotetica, della personalità di Renzo Pettine e di Erminia Ferrara, mi sono affidata a ciò che si può leggere negli articoli giornalistici dell’epoca. In questa occasione, mi avvalgo di tre di essi.

- Nel numero del 15 marzo 1928, ‘Il Regime Fascista (Cremona Nuova)’, quotidiano fondato e diretto dall’isernino Roberto Farinacci, fu pubblicato un pezzo in cui vennero riassunte le dichiarazioni di Giuseppe Pettine, zio del commendatore Giovanni, che testimoniò durante il processo.
«La fortuna fatta da mio nipote col cinematografo – disse nell’aula del tribunale –, portò la malattia del lusso e della mondanità nella consorte; malattia che ebbe anche dopo che il marito fu costretto a separarsi. Renzo non poteva amare una simile madre. Ammazzare la madre è il più nefando dei delitti, ma quella non era una madre: era un demonio». Inoltre, nella stessa deposizione, Giuseppe Pettine segnalò anche «episodi di furia contro il figlio» compiuti da Erminia Ferrara.

 - Il 17 marzo 1928, il quotidiano ‘La Stampa’ riportò stralci della testimonianza che, il giorno precedente, Giovanni Pettine aveva fatto nel corso d’una udienza del processo a carico del figlio, accusato di matricidio. Il teste iniziò dichiarando il suo dolore: «Da due anni io salgo il calvario – affermò –. Questo processo ha distrutto trent’anni della mia vita onorata. Nessun padre della terra ha sofferto ciò che ho sofferto io». Poi accennò «all’abbandono in cui Renzo fu lasciato sin da quando fu a bàlia», e aggiunse che Erminia Ferrara «era la negazione della madre e della donna di casa». A suo dire, ella maltrattava il figliolo: «Renzo era il cagnolino nelle mani di quella. Egli le serviva a troppo. Le faceva fare tutti i servizi». Quindi, indicando la gabbia dove si trovava l’imputato, disse ad alta voce: «Scrivano i giornalisti che non è uno scellerato, un criminale. Sarà forse un pazzo, e perciò incolpevole, ma sicuramente è un disgraziato!».

- Un profilo molto differente della personalità di Renzo Pettine venne delineato in un articolo pubblicato, il 1° aprile 1928, su ‘La Difesa, organo settimanale dell’antifascismo’. Vi si legge che il giovane «viveva a Milano, da gran signore. Era conosciutissimo per l’ostentazione che faceva della sua condizione di fascista. Andava ordinariamente in camicia nera, con una tracolla recante sul petto un teschio con ossa incrociate; da un fianco una pistola e dall’altro un pugnale; usava alti gambali… era insomma una figura caratteristica. Professione nessuna. Era figlio del Comm. Pettine e basta». Secondo l’autore dell’articolo, Renzo «usò le armi che recava nella sua qualità di fascista […] contro colei che gli aveva dato la vita. E la spense così come avrebbe ucciso il peggiore dei sovversivi da lui tanto odiati e perseguitati».

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Dopo quattro anni di detenzione, Renzo Pettine fu scarcerato. Il padre rientrò a Isernia e lui lo seguì. Nella città natale del genitore, Renzo trovò un posto da impiegato e si unì in matrimonio con Carolina Marinelli. Ebbe anche una matrigna, giacché il padre Giovanni, il 30 gennaio 1961, si risposò con Margherita Rosa Hoffer, nata in Svizzera, a Payerne, il 3 luglio 1901.
Il “matricida diciassettenne” morì il 21 ottobre 1966, nella clinica Pansini di Isernia. Il suo atto di morte, però, mostra un errore, giacché la data del decesso in esso registrata è il 22 ottobre.

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