Il Castello di Monteroduni, nobile e poderoso guardiano della Valle del Volturno

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Quando si nomina un castello si evoca il sogno, un passato che rasenta la leggenda ma a prevalere è la sua architettura, la sua storia, l’arte, un macrocosmo che è l’identità di un territorio. GUARDA LA FOTOGALLERY


di Adolfo Stinziani

MONTERODUNI. L’incastellamento ha segnato il passaggio da un insediamento rurale ad un habitat concentrato e fortificato.

Nell’antico Molise l’insediamento urbano fu di stampo feudale, dominato dal castello e dalla chiesa madre. I castelli della nostra regione tra quelli ben conservati, i tanti rimaneggiati e i superstiti ruderi sono circa una ventina, ma ognuno di essi è degno di una visita per le sue caratteristiche e unicità.

Il castello di Monteroduni ha per me un fascino particolare, ed è legato anche al ricordo della mia cara amica e artista Carmen, originaria del posto, che mi ha dato l’occasione di visitarlo diversi anni fa.

Attualmente il maniero appartiene al Comune di Monteroduni che ne fa uso per diversi eventi e manifestazioni artistiche, ed in particolare è sede dell’annuale Eddie Lang Jazz Festival.

Il Castello sorge a cinquecento metri di altezza e guarda la Valle del Volturno, nota soprattutto per il complesso monumentale di San Vincenzo, altro gioiello medievale del nostro patrimonio storico-artistico; la fortificazione ha torri rotonde e struttura quadrangolare, tipiche dei bastioni da difesa medievali, pare che è stato costruito su un altro castello di epoca longobarda e poi ampliato dai Normanni.

Risale al settecento la nota dello storico Pietro Giannone sul conte Bertoldo di Honebruch (comandante dell’esercito imperiale), che dopo aver assoggettato le Puglie mirasse alla Contea di Molise assediando Monteroduni, ma: “….ucciso da una palla scagliata da quei dentro, scagliata da una manganella, ch’era macchina da tirar pietre che invece delle artiglierie s’usava in quei tempi”.

Molto interessante è la struttura urbanistica di Monteroduni, rimasta praticamente immutata: una strada a forma di spirale parte fuori della cinta muraria e conduce fino al castello.

Tanti sono i vicoli che, disposti a raggiera, si incontrano lungo questo serpentone, ed alcuni hanno come caratteristica la denominazione col solo numero ordinale, vico II, vico III e così via.

Nel vico denominato San Biase rimasi sorpreso da un edificio con due magnifiche bifore in stile tardo-gotico catalano, ma potrebbero essere state sottratte ad un antico palazzo e qui riutilizzate, oppure sono le uniche parti architettoniche superstiti di quell’epoca in quell’edificio.

L’intera Monteroduni col suo territorio rimase feudo dei principi Pignatelli fino al 1806, la via intitolata alla nobile casata principesca al n. 1 indica la porta di accesso al castello.

In questo viale vidi un’altra sorprendente testimonianza: è stata recuperata è murata nel 1700, una lapide che riporta la traduzione in italiano, datata 1570, circa i diritti di passo, nota come la Pandetta, ossia l’elenco dei dazi che dovevano essere pagati per entrare ed uscire dal principato.

Dalla lapide risulta che veniva protetto o alleggerito di spese il lavoratore che curava i propri beni, ed obbligava a pagare chiunque, a qualsiasi titolo, facesse commercio.

Dice l’iscrizione: Ferdinando IV per la grazia di Dio re delle Due Sicilie e Gerusalemme Infante di Spagna Duca di Parma Piacenza e Castro Gran Principe Ereditario della Toscana……Per ogni salma grossa di gran valore come veluto o seta grana cinque. Per ogni salma di panni di colore grana tre. Per ogni libra di zaffrano che si trasporta con le bisaccie nulla si esigga ma se si trasporta con salma un tarì e se sarà di maggior numero della salma si paga per rata……Per ogni sfrattatura di casa nulla. Per ogni salma di altre cose oltre le suddette grano uno. E se saranno di numero maggiore o minore per rata alla stessa ragione……………………………….
Dato dalla Regia Camera 18 luglio 1570. Annibals Moles Iosepho Cecero.

 Giunto nel castello mi accorsi di tanti dettagli che nei secoli lo avevano modificato, ed anche ingentilito da quella che era una fortificazione a una più confortevole dimora, del resto questo si è verificato in quasi tutti i castelli italiani del secolo 700.

La novità sono le finestre e i civettuoli balconi che danno luce agli ambienti, mentre gli archi delle stalle e dei depositi sono stati murati per ricavare ambienti ad uso abitativo.

 Permangono a testimoniare l’antica fortificazione le cisterne d’acqua piovana, con tutto l’accurato sistema di raccolta delle acque dai tetti per la loro purificazione in tre successive vasche di decantazione, le bocche di lupo e le feritoie, nonché i condotti per versare olio bollente sui nemici, tutto questo necessario per i lunghi periodi di assediamento del maniero.

 L’edificio è tutto in blocchi di pietra e calcina, dal cortile interno uno scalone quattrocentesco porta direttamente all’ingresso della zona abitata. L’arredamento è rustico ma allo stesso tempo elegante, il salone mostra l’alto soffitto interamente decorato, il pavimento seicentesco è in cotto, ed è quello autentico con impresso su ogni mattonella lo stemma dei Pignatelli, orientato verso la porta dell’ingresso principale.

Alle pareti sfilano i ritratti degli illustri proprietari, in maggioranza prelati e cardinali.

Antonio Pignatelli, accanto al camino, nato nel 1616, eletto papa Innocenzo II nel 1691, morto nel 1700, un sacerdote esemplare che condannò il nepotismo, dando le basi alla riforma del clero.
I

l salone è lungo diciotto metri e largo otto, ha il soffitto in tavole di quercia dipinte, nei quattro angoli fa bella mostra di sé lo stemma principesco: tre pignatte con rastrello angioino in campo giallo.

Sul salone si affaccia la cappellina di famiglia, con un bel fregio intagliato e il pavimento di deliziose e antiche maioliche a rombi. Dal lato destro dell’immenso salone si passa nell’ala dove una torre accoglie un piccolo salotto con le tipiche poltroncine da conversazione, preziose porcellane e il busto in marmo bianco della principessa Maria Ajossa Natoli Pignatelli, madre del principe Giovanni, scolpito dal napoletano Francesco Jerace che fu anche un noto pittore.

Accanto si apre la camera da letto della principessa caratterizzata dal mobilio in stile Boulle tutto laccato e laminato, letto a baldacchino e la testiera col blasone.

Non mi sorprese più del dovuto una nota di modernità nella torre maestra, ovvero un tavolo da ping pong per allietare con quel gioco dei nostri tempi gli amici del principe Giovanni, giacchè negli anni di quella mia visita il castello era ancora abitato e nella stessa Monteroduni c’era tanta vita.

In un’altra torre, salendo una scaletta un po’ nascosta, vidi lo studiolo del principe, che conserva la collezione rilegata del “Giornale Costituzionale delle Due Sicilie”, in particolare del giornale si mostra la prima pagina datata giovedì 6 settembre, col proclama del re Francesco II che abbandona Napoli, la pagina del giornale seguente esposto è datata 7 settembre e porta lo stemma sabaudo. Un’altra collezione di riviste di moda ottocentesche, in carta olandese dell’inizio del 700 chiama Monteroduni Montrduni, così come lo chiamano in dialetto gli stessi abitanti.

 La sala da pranzo lamenta tuttora nelle cornici di quadri vuoti la violenza subita dai soliti e ignoti ladri. Al piano superiore due stanze da letto, riservate agli ospiti, una con letto a baldacchino e mobili in stile Impero in legno di mogano, l’altra in legno di palissandro e quadri dell’Ottocento napoletano. Uno stile che non passa inosservato, ben riconoscibile e realizzato in preziose essenze esotiche, di cui come restauratore di mobili antichi mi innamorai all’istante, rimanendo sbalordito anche per il loro perfetto stato di conservazione.

Passando nelle cucine notai che c’era ancora un vecchio ceppo con pestasale e pestello, mentre le antiche maioliche rivestono la zona di cottura, quella cosiddetta delle “fornacelle”.

Devo ammettere che di questo favoloso castello mi affascinò anche l’esterno, il suo giardino con ippocastani secolari, lecci, alberi di alloro e cedri; e senz’altro toccai il cielo con un dito quando mi rivolsi alla mia amica Carmen azzardando la richiesta di una passeggiata sui merli , che si realizzò. Quelle merlature ospitavano una gran varietà di volatili: piccioni, gufi e civette con il loro sgradito e abbondantissimo guano, che senz’altro è stata una spesa ulteriore per i proprietari e non indifferente per eliminarlo periodicamente onde evitare il sovrappeso sulle volte.

E percorrendo di torre in torre quelle merlature ci appariva lo spettacolo del panorama, quasi scompariva quel poco gradito guano, e splendida si mostrava quella parte del Molise con la fertilissima pianura di Monteroduni ricca di sorgenti , oltre il fiume Volturno, le montagne che quasi ci abbracciavano e apparivano piccole ma chiare Roccavivandola, Montaquila, Santa Maria Oliveto, Venafro e la nota e sacra San Vincenzo.

Le Mainarde dominano su tutto il paesaggio coperte di neve anche nella bella stagione e alle spalle la zona di Caserta col monte Caruso che supera i mille metri di altezza.

Tanti sono stati i fortunati feudatari che hanno vissuto in questo angolo di paradiso in terra, prima dei Pignatelli della Leonessa, la storia, che è fatta anche di testimonianze architettoniche, difatti ci riassume in uno stemma in pietra le casate degli Evoli, dei Gaetani e dei d’Affitto.

I Monterodunesi sono attaccatissimi alle loro origini tanto da dedicare dei versi all’amato paese col suo castello. Mancava solo la poesia a conclusione di questa bella visita e Carmen sorprendendomi mi recitò alcuni versi che ricordava a memoria, e mi fa piacere condividerli con voi :

Antico c’è pure un castello/del principe Giovanni Pignatelli/di giorno si può sempre visitare/perché a tutti il permesso egli dà/dal castello vedi una chiesetta che ti fa incantare/allora corri a dire alla Ninetta:/Ti voglio sposare, qui voglio restare.

Questa è la conclusione di una poesia del professor Carmine Biello, cui fa seguito, con diverso tono, quella del figlio, il dottor Camillo Biello, che dice:

Sento ancora battere il martello/il martello di Nicola/su quel ferro duro:/è un suono nobile/che le vecchie case/ conservano gelose/ C’è la gioia/ fra questa gente/di vedersi in viso/di riconoscere in ognuno/il segno sicuro/del proprio diritto a vivere/Perché la vita in questo paese/è un fatto di tutti/e persino gli animali vi partecipano.

Due versioni , quella del padre professore e del figlio dottore che oltre a dichiarare l’amore di appartenenza a quel paese “delle favole”, pongono l’accento sull’amore come un sentimento spontaneo, vero nella sua arcaica semplicità.

Nondimeno la nuova generazione apprezza quell’amore “semplice” ma lo identifica anche come un amore universale, una sorta di empatia, la gioia di stare insieme , un riconoscersi nelle proprie radici, quei sentimenti che oggi vanno sempre più affievolendosi nelle grandi aree urbane e che in questo lungo periodo terribile, anche se si volesse, mancano quasi del tutto.

Ma forse proprio queste mancanze e il distacco fisico, come un semplice abbraccio o una carezza, ci porteranno a riscoprire e rivalutare tanti valori sopiti, che poi sono innati nell’uomo, anche se spesso celati e difficili da manifestare.

E concludo con una frase dell’intramontabile Oscar Wilde di cui troverete la giusta chiave di lettura, ma su cui c’è molto da meditare: Datemi il superfluo e farò a meno del necessario.

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