La bufala della restituzione: metà dei parlamentari Cinque Stelle non rispetta le regole di Rousseau

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A fine gennaio il Movimento ne aveva espulsi sei, sostenendo che la rendicontazione era una questione d’onore e un impegno preso con i cittadini. A distanza di sei mesi, su 296 eletti, 141 non hanno versato nemmeno un euro. Fra loro anche Vito Crimi, Paola Taverna, Federico D’Incà e Riccardo Fraccaro


di Carmine Gazzanni*

ROMA. Era fine gennaio quando il Collegio dei Probiviri del Movimento Cinque Stelle, con un solenne post e dopo un’attenta analisi durata mesi, annunciava l’espulsione di sei parlamentari. Una decisione resasi necessaria a causa delle mancate restituzioni di parte degli onorevoli stipendi, principio inderogabile per i pentastellati. “Chi non rispetta le regole va allontanato”, era il titolo di quel lungo post, il cui incipit era più che chiaro: “Rendicontare le spese e restituire le eccedenze dei nostri stipendi è per noi un onere e un onore. Un chiaro impegno preso coi cittadini fin dalla nascita del Movimento 5 Stelle, un approccio più sobrio alle istituzioni”.

In quella circostanza la segnalazione di diverse situazioni di pendenze (una trentina) risaliva addirittura a novembre 2019, ma “il percorso per la regolarizzazione di rendicontazioni e restituzioni degli eletti in Parlamento, ha portato alla regolarizzazione della maggioranza delle posizioni pendenti. Questo è motivo di orgoglio e un chiaro segnale di rispetto degli impegni presi verso i cittadini”, diceva ancora quel post.

Dopo sei mesi, tuttavia, pare che le cose non solo non siano cambiate, ma che anzi siano peggiorate. Secondo quanto risulta dal sito ufficiale del Movimento cinque stelle tirendiconto.it, nel 2020 soltanto la metà degli eletti ha restituito qualcosa degli stipendi parlamentari. Il dato è clamoroso: su 201 deputati a Montecitorio, risulta che ben 100 non abbiano versato un solo euro nel corso di quest’anno; a Palazzo Madama stessa situazione per 41 senatori su 95. Su 296 eletti complessivi, dunque, secondo i dati pubblicati dallo stesso Movimento 141 parlamentari sono fermi al 2019.

E tra i tanti ci sono anche big del Movimento: da presidenti di commissione come Marta Grande e Sergio Battelli a ex ministri come Giulia Grillo passando per sottosegretari in carica come Angelo Tofalo. E poi, ancora, troviamo tra gli altri il capogruppo alla Camera Davide Crippa, il capo politico dei Cinque stelle (e viceministro dell’Interno) Vito Crimi, la vicepresidente del Senato Paola Taverna, i ministri Federico D’Incà e Riccardo Fraccaro.

Né va meglio andando a curiosare tra i dati regionali. Prendiamo le regioni che a settembre andranno al voto. In Campania su sette consiglieri targati Cinque stelle, tre risultano fermi con le rendicontazioni a dicembre 2019 (Michele Cammarano, Tommaso Malerba, Maria Muscarà) e uno (Gennaro Saiello) a novembre. Nelle Marche è il capogruppo in assise regionale a risultare non in regola: l’ultimo aggiornamento di Giovanni Maggi risale a ottobre 2019. Stessa situazione in Toscana dove sui tre eletti è proprio la candidata alla presidenza Irene Galletti ad avere le restituzioni ferme a dicembre. Esattamente come la consigliera Grazia Di Bari in Puglia.

Dal Collegio dei Probiviri, in realtà, fanno sapere che si è in presenza di meri ritardi burocratici. A causa del lockdown? Niente affatto. Secondo quanto riferiscono fonti M5S a Linkiesta, “deputati e senatori invece di rendicontare mese per mese, accumulano cinque o sei mesi di scontrini o ricevute di pagamento e poi caricano tutto insieme. Dunque, tecnicamente sono delle pendenze, ma solo perché gli adeguamenti poi arrivano a ondate quadrimestrali o semestrali, magari in avvicinamento a particolari scadenze”.

Quel che si vocifera nei corridoi parlamentari, però, è che per alcune pendenze si sta cercando di trovare una soluzione prima che la questione delle rendicontazioni possa riesplodere. Ci sono, infatti, diversi onorevoli le cui ultime restituzioni risalgono a mesi e mesi fa. A Montecitorio, ad esempio, le rendicontazioni di Rina De Lorenzo e di Paolo Niccolò Romano sono ferme ad agosto; quelle di Massimo Enrico Baroni e di Giorgio Trizzino a settembre; a novembre, invece, si fermano quelle di Azzurra Cancelleri, sorella del viceministro alle Infrastrutture, Giancarlo.
E se alla Camera i numeri della maggioranza permettono ancora eventuali altre espulsioni, i discorsi sono ben diversi al Senato dove, dopo il passaggio di Alessandra Riccardi dal M5S alla Lega, anche solo un voto in meno metterebbe a rischio la tenuta dell’intera maggioranza e dunque dell’esecutivo Conte. A preoccupare è soprattutto la senatrice Marinella Pacifico: le sue rendicontazioni sono addirittura ferme a maggio. Più di un anno fa. Una situazione incresciosa visti i principi pentastellati. Parliamo, d’altronde, di una parlamentare che, spiegano ancora fonti Cinque stelle, “è stata più volte sul punto di lasciare il gruppo per seguire le orme della collega Riccardi”. E, dunque, passare anche lei al Carroccio.

I numeri, d’altronde, parlano chiaro: la maggioranza arriva oggi a quota 160, una situazione di sostanziale parità se si considerano i 321 senatori complessivi (315 più i sei senatori a vita). “Il dilemma – si ragiona tra i parlamentari M5S – è capire cosa fare tra l’esigenza di mantenere in piedi questo governo e frenare l’avanzata delle destre, e quella di rispettare un patto stipulato con i nostri elettori”. Il classico dilemma tra Real Politik e principi originari.

Ed è anche per risolvere quest’impasse che si sta cercando – Covid permettendo – di accelerare i tempi per una riorganizzazione del Movimento. Nel frattempo, però, le settimane e i mesi passano. E le pendenze aumentano. Col rischio che ad aumentare sia anche lo scontento di chi fino a ieri credeva e sosteneva il Movimento anti-casta. 

*articolo tratto da linkiesta.it

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